29 January 2018

Uno dei linguaggi della felicità umana

Marco Pelliccioli intervista Alberto Pellegatta su Ipotesi di felicità, sua recente raccolta edita nella Collezione Lo Specchio Mondadori

Per la rubrica In bottega con..., intervistiamo oggi Alberto Pellegatta (Milano, 1978) riguardo la sua ultima opera: Ipotesi di felicità (Mondadori 2017). 

 

Alberto Pellegatta ha pubblicato Mattinata larga (LietoColle 2002) e L’ombra della salute (Mondadori 2011). Ha vinto la prima edizione del Premio Cetonaverde e il Premio Amici di Milano. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, Skira 2010 ecc.) e collabora come critico con quotidiani e riviste. Dirige la collana Poesia di ricerca per Edb Edizioni. Ha fatto parte della giuria del Premio d’arte San Fedele e del Premio Maccagno. 

 

M.P. Ipotesi di felicità, in apertura, presenta un testo che sembra introdurre alcuni temi: la disponibilità a raccogliere «due pulsazioni insieme e contrarie nel petto», una voce che «si affaccia e si ritrae / solo per pronunciare meglio», interessata a ciò che impuro («un’aria inutilmente pulita mi sposta verso la tosse di un bambino»), dissacrato («Their shrouds are bloody and their lips are wet»), sfuggevole («un piatto dimenticato sul fuoco», «gli uomini che ho visto scendere dagli autobus»), in grado di assimilare l’animalità all’umano («Grossi bovini intonano a menadito l’ultima estate felice»).

Una voce che compie un movimento dopo il quale restano «pochi vocaboli», «bilance truccate / e prati di salvia senza virgole».

Come ci puoi descrivere questo movimento?

 

A.P. Quel testo ibrido - di versi, ipermetri e prose - è in effetti un’introduzione al mio lavoro, alla graduale dissolvenza della realtà nel sogno, alla frontalità di certe immagini e insieme alla sopravvivenza del mistero - alla connessione di tutto questo con la musica. L’impurità mi ha sempre interessato, come il torbido e il grottesco. 

 

M.P. L’uomo appare in una dimensione disincantata, quotidiana, nel suo accidentale esserci. A volte lo spazio, il tempo e i luoghi nei quali si muove sono intermittenti, deformi: una città che «piatta come un poster / pattina via simmetrica - / con le sue miniature violente», paesaggi strutturati dallo spavento («che svaligiato è il senso e deforme il giudizio»), attimi presenti che si configurano come «capitale del Tempo» e «un’attualità» che, diversamente dalla memoria, appare «intermittente / come un’immagine rotta».

Quale relazione si intreccia tra il soggetto e questi ambienti?

 

A.P. I miei personaggi, girovaghi e inquieti, si muovono in luoghi provvisori destinati al cambiamento - città spesso notturne, infrastrutture abbandonate, interni inoperosi, attici alberati. Ciò che mi interessa sono gli uomini che abitano i paesaggi, che li caricano di senso. 

Nel testo che citi del ’99 sul tempo, ribadisco invece il primato del presente e la necessità di conoscere il passato per evitare di ripetere errori già commessi.

 

M.P. Altre volte è la natura a comparire, una natura disincantata, tenuta a distanza: «Si allunga, neanche fosse inchiostro, ma rimane un ciliegio. / Il tramonto è una reazione svogliata sulle lenti, niente di tenace / solo pietra su incendio. / Filtrato da nubi che si uniscono / per perdere il controllo».

Come si lega la natura a Ipotesi di felicità?

 

A.P. La natura che entra nei miei libri non è realistica né bucolica, spesso è nemica, e fa venire la tosse. È una natura deforme e fantastica, un serbatoio immaginativo prezioso. 

 

M.P. Più volte, nel corso del libro, l’autore si muove in maniera consapevole nei confronti del testo: «L’autore qui presente inciampa nel guaio e nel fallimento / non è più attendibile ma prendendo la rincorsa / vuole dirti qualcosa», «Come scriveremo tra decenni / - in codice, senza verbi - / pressioni di cerbiatti sulla neve», «Per scrivere un numero sufficiente di versi / bisogna essere stati nervosi molti giorni // in ulcerata gioia», «Non tutti verificano ciò che è stato fatto», «Un tetro calamaro muove invece / i suoi tentacoli nella mia testa, i tuoi concetti», «Togliti la giacca per entrare in questa poesia / siamo qui solo per l’italiano e avremo aerei sufficienti».

Ai fini del testo, per quale motivo è importante un utilizzo consapevole dei propri materiali?

 

A.P. La consapevolezza del proprio lavoro è fondamentale in ogni attività umana. In letteratura evita di confezionare vacue banalità. È l’onestà minima che si richiede all’artista. Chi ritiene che la poesia non debba occuparsi di poetica si inganna, i poeti si sono sempre interrogati sulla plausibilità degli strumenti linguistici e filosofici, da Petrarca a Ashbery, e lo hanno fatto anche in versi. 

 

M.P. In Anabasi scrivi «Mediante ebollizione / le gocce più intelligenti dell’acqua / confermano: per vivere serve qualcosa di più», manifestando (e auspicando) una consapevolezza verso il testo che va oltre il testo stesso.

Credi sia importante mantenere una tensione verso l’esistenza che preceda (o segua, o avvolga) il gesto poetico?

 

A.P. Sì, serve qualcosa di più dei buoni propositi. Serve qualcosa di risolto nel proprio agire, e questo si può ottenere solo mediante la costante messa in discussione dei risultati raggiunti. 

 

M.P. Nel poemetto Ipotesi di felicità, il dolore, di cui si parla in apertura, non porta a «ritrovare l’equilibrio» o a «formare piazze o tendenze» ma è un dolore che disobbedisce alla natura, che diventa libertà: «Per ogni forma il suo contrario. Andare in pezzi / per migliorare». «La soddisfazione», scrivi, «non è una tabellina a memoria», «La nostra immaginazione ha guinzagli più lunghi», è «meglio bucare le calze camminando» piuttosto che «consumare le lenzuola», «il discorso deve essere interrotto / per diventare sopportabile».

Le traiettorie tracciate sembrano legare il gesto poetico alla possibile posizione umana verso la conoscenza, la vita, la felicità. 

Come ci puoi descrivere queste traiettorie? E per quale motivo hai utilizzato la forma del poemetto?

 

A.P. Quel poemetto è il cuore del libro, affronta il tema della morte ed esigeva soluzioni metriche ampie e snodabili. I sei movimenti di cui è composto girano intorno alla malattia e al dolore che manda in pezzi e insieme fortifica. È un invito a approfittare dell’esistenza, perché la felicità è la vita stessa.

 

M.P. In Zoologiche la natura di alcuni animali viene assimilata ai toni e ai comportamenti degli umani, dando vita a una serie di figure fantasiose: l’uomo-rana, l’uomo-orso, l’alce, l’ermellino, il tasso, il gambero e altri ancora.

Ci sono dei modelli (letterari e non) che ti hanno spinto alla composizione di questi testi? Per quale motivo hai utilizzato la prosa? 

 

A.P. Dagli animali abbiamo solo da imparare. Il bestiario è un genere che ha attraversato la storia della letteratura, dai testi sacri ai contemporanei che cito, come Borges o il giovane danese R.C. Nielsen – che abbiamo pubblicato per EDB. Potrei aggiungere una schiera di pittori e persino musicisti come Saint-Saëns e Berlioz. La prosa permette, infine, una maggiore accelerazione della pronuncia.

 

M.P. Non mancano riferimenti alle arti visive, da Lorenzo Mazza a Nada Pivetta: una superficie strappata, ricurva, aperta come rompendo un vaso. Quali relazioni si intrecciano tra Ipotesi di felicità e le arti visive di cui scrivi?

 

A.P. L’arte, come la poesia, è uno dei linguaggi della felicità umana, perché tratta della bellezza. La mia poesia è carica di suggestioni pittoriche partecipate. Nel testo dedicato a Filippo VI, per esempio, c’è un riferimento a Velázquez – che è antenato dell’attuale monarca e ha però dipinto Filippo IV con «ritratto con labbra inumidite». Questi intrecci nascono da una lunga frequentazione degli artisti, dapprima come studente appassionato e quindi come critico e curatore di mostre. Ho iniziato scrivendo del lavoro di maestri come Giancarlo Ossola, Luiso Sturla, Alberto Ghinzani, Claudio Costa e Sandro Martini, per occuparmi poi delle nuove generazioni: Alessandro Verdi, Roberto Casiraghi, Lorenzo Mazza, Nada Pivetta, Iacopo Pesenti ecc.

 

M.P. Nel testo sono presenti una serie di riflessioni sul nostro contesto sociale che legano inevitabilmente la tua poesia all’attualità: «Non la produzione di beni e servizi ci consegnerà alla storia ma la trasformazione del pianeta in un relitto. Celebrandolo, l’uomo dimostra coscienza d’essere creatore di vicende apocalittiche», «A cosa è servito compilare saggi e versi / se poi si arriva a questo? / Se il coraggio dei figli è la paura / dei padri e la maggioranza soffoca l’Italia intera»?

Quale ruolo può avere la poesia nel “milieu” in cui viviamo?

 

A.P. La poesia mantiene in salute il linguaggio, architrave dell’intelligenza - solo così possiamo pensare lucidamente. Inoltre la politica fa parte delle esperienze fondamentali dell’uomo e la letteratura può stimolare il senso di giustizia e contribuire alla convivenza. 

 

M.P. Come ci puoi commentare i fatti recenti che hanno avuto luogo in Catalogna?

 

A.P. È qualcosa che conosciamo anche in Italia e che sta tornando a soffiare sull’Europa come se non avessimo mai aperto un libro di storia: il nazionalismo populista e ignorante, la xenofobia e la mistificazione. Abbiamo delegato l’istruzione alla tv e ai videogiochi e questo è il risultato. 

In Catalogna c’è stato un maldestro tentativo di secessione che l’ordinamento costituzionale non poteva permettere. Ora si stanno confrontando due nazionalismi, quello kamikaze della destra locale e quello nostalgico spagnolo: un’inquietante moltiplicazione di bandiere. L’elettorato, distratto o indignato, si fa sedurre da chi promette l’impossibile (si chiami Podemos o 5 Stelle) sottraendo voti alla sinistra e permettendo alle destre di governare. Per ora le costituzioni e l’Unione europea ci proteggono e i golpisti finiscono in galera.

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