28 June 2016

Una voce che ci porta altrove

Federica Volpe recensisce Vangelo elementare di Gianluca Furnari, una scoperta del Premio Rimini che sta ricevendo molti riconoscimenti

E' un vangelo elementare fatto di acqua e di luce, quello che ci offre Gianluca Furnari. 

La sua voce è fresca e antica al contempo, e ci parla dentro come sa farlo una preghiera che sapremmo capire anche in altra lingua. 

Fin dai primi due versi (“Il primo appuntamento fu alla luce / nell'ora della luce”) ci travolge questa voce lirica, profonda. E' una voce che ci porta altrove, lontani dalla realtà e dal suo concreto, in luoghi che sanno di primordio. Siamo di fronte alla formazione del mondo, o meglio di un mondo, ad una genesi che parte da un primo appuntamento con la luce e che dà origine ad un cammino. 

    Dove vuole condurci questo cammino di parole? Non sembra un viaggio rettilineo, sicuro, veloce, ma più l'avvolgersi di una spirale di domande. E' la domanda il mezzo e la tappa di questo andare, la sostanza di questo vangelo che non ha novelle affermative da portare, una rassicurazione da servire, ma che ci invita a compatire il lavoro ed il dolore delle mani di questo soggetto plurale, di questo “noi” che insieme alla natura aiuta a completare questo sorgere del mondo. 

Ed eccoci anche noi lettori, completamente dentro a questo noi, a cacciare le mani sotto l'acqua alla ricerca di qualcosa che assomiglia alle parole, o a stropicciarci “le mani come un torto”

    Ma da chi è composto questo “noi” che mai abbandona l'autore alla solitudine di un io lirico? Questo noi cerca parole, canta, setaccia, interroga. Gianluca lo descrive così: “Ci eravamo adunati: i lupi bianchi, / l'accolita dei puri: il nostro credo / era quel colloquiare tra noi stessi”.

Difficile decifrare il contenuto di questo vangelo elementare interrogativo, eppure come non cogliere l'evocazione di una comunità di poeti, come non vedere in questa ricerca la ricerca di Furnari ma al contempo la ricerca che per Furnari appartiene ad ogni poeta? Involta in questa spirale di domande e di mani doloranti di ricerca pare esserci nascosta una poetica del nome da svelare, da ritrovare, da ridonare. 

    E' un cammino che si fa nudi in questo mondo primigenio:“Che cosa ci teneva tutti in vita?// Quando stando alla posta sui torrenti / mezzi vestiti o nudi / aspettavamo i suoni della notte” ; “(brancicavamo nudi dentro un sogno / che non era mai il nostro”; “«Quale ragione, padre, – pregavamo / noi nudi, – se non siamo / venuti che a ripetere la vita?»”

Si azzerano quasi completamente i riferimenti al mondo artificiale, tanto che anche i vestiti diventano non necessari. E' in un mondo elementare che ci si ritrova, che si dialoga con se stessi, che si cerca di interpretare il senso della vita e quello delle parole. 

In questa ricerca quasi mistica i corpi sono descritti spesso come una zavorra o un di più inutile: “Trascinavamo i nostri corpi chiari / temendo che fuggissero nell'alba”; “- Facciamo anche che lasciavamo i corpi / vicino a quelle barche. // – Come se ce ne fossimo scordati”.

    Così come rimane inesplorato questo io plurale, al contempo Gianluca si riferisce ad un padre di cui non si riesce a cogliere l'identità. 

A tratti pare un padre reale (“Ti piangevamo, padre, nella stanza / dove già ti avevamo pianto vivo / nelle ore del tormento”)e mistificato (“Ma tornavi ostinato ad ogni soglia, / padre – a noi, quasi fossimo un diritto. / E poi ci sorprendevi dentro il fango, / di ogni cosa chiedevi la ragione”) tanto da poterci apparire la trasfigurazione di un concetto più elevato di “padre”, a cui questa raccolta si eleva come una preghiera. 

    Lavoro complesso, pieno di domande che l'autore si / ci pone ma anche di interrogativi che inevitabilmente ci lascia come un dono da scartare con calma, Vangelo elementare mostra di avere in sé una ricerca ponderata e ben costruita di cui, credo, sentiremo parlare.

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Federica Volpe