19 October 2016

Una piccolissima crepa sul guscio dell'esistenza

Oggi Marco Pelliccioli intervista Francesco Iannone dopo l'uscita del suo libro Pietra lavica

Per la rubrica In bottega con..., intervistiamo oggi Francesco Iannone (Salerno, 1985) riguardo la sua ultima opera: Pietra lavica (Nino Aragno Editore, 2016).

 

 

Francesco Iannone ha pubblicato Poesie della fame e della sete (2011), vincitore come opera prima dei premi Solstizio e L’Aquila, finalista dei premi Penne e Beppe Manfredi, e "Pietra lavica" (Aragno, 2016). È incluso nelle antologie La generazione entrante. Poeti nati negli anni ottanta (2011) e Post ‘900 (2015). Suoi testi sono apparsi su numerose riviste, in Italia e all’estero, tra cui Gradiva, Italian Poetry Review, Semicerchio, ClanDestino, e altre. Ha pubblicato le sillogi Pietra lavica sulla rivista Poesia e Rasùle, in dialetto salernitano, sulla rivista Atelier. Collabora con le riviste Atelier (di cui è redattore per le pagine on line), ClanDestino e Levania.

 

 

M.P. Pietra lavica si apre con una preghiera nei confronti del poeta, una preghiera di carità, obbedienza, di profonda adesione al “dire” dell’amore. Per quale motivo hai deciso di aprire con questa esortazione?

 

F.I. Penso alla poesia come ad una crepa, una piccolissima crepa sul guscio, sul guscio che è l'esistenza che appartiene a tutti gli esseri viventi e che però percepiscono in totale coscienza solo gli esseri umani, o almeno i più prossimi alla vita, i più “vivaci”.

Ho lunghissimi periodi di inattività (di disobbedienza?), durante i quali non riesco a mettere su carta neppure un verso, alternati a periodi (perlopiù brevi) di intensissima operosità. È impossibile conoscere a priori i tempi di elaborazione di un dolore, di una gioia, di una difficoltà.

Ogni contingenza, ogni situazione sono l’occasione per riconoscere quel “mistero” che investe le vite di tutti e che conduce i destini di ognuno, li porta in braccio e li schiaffeggia, li bacia e li strattona, allo stesso tempo. In realtà non posso dire perché scrivo poesia, è che ci sono dei momenti in cui ho bisogno di inchinarmi e ringraziare. Ecco, forse la poesia è il mio modo per dire “grazie”. Il modo più ovvio che conosco, ma non il più facile. Dire “grazie”  non significa aver compreso ogni cosa, aver raggiunto una piena sublimazione del reale. Anzi, è probabilmente il capovolgimento di ogni acquisita certezza o conoscenza, è il bisogno di perfezionare la “domanda”, e perché ciò accada è necessaria una totale adesione, una incondizionata fedeltà e un cuore “disponibile”.

Dico “cuore” con tutto il tremore possibile perché mi rendo conto che è questo un termine così logoro, così banalmente sfruttato da aver perso qualsiasi possibilità di significato. E solo la poesia, solo quel maldestro e dolorosissimo tentativo di ringiovanire il linguaggio, può riabilitare anche la più consumata delle parole, la più svilita, la più mortificata come “cuore” ad esempio.  O anche “vita”, “felicità”, “dolore”.

 

M.P. La prima parte del libro prende movimento da una condizione di solitudine (dei corpi) e da una mancanza: «Quello che mi manca / è una larga / comprensione / quello stare / facile / nella dedica del mondo». Una frattura che sembra ricomporsi solo «nel gesto / primario di un rapporto», «nella legge / di una fede / elementare» (quella di un tulipano che entra nella promessa del suo colore), nello svelamento di un corpo verso il suo centro: «Sai come si pulisce un corpo? / Me lo ha insegnato una volta un gigante / passare e ripassare lievemente / col fazzoletto», «lì / dove si baciano i tagli» e «la vita unisce / i corpi / in eterno». Come ci puoi descrivere questo movimento?

 

F.I. Ogni uomo vive in solitudine, nel senso della “scelta”, ovvero di quella personalissima libertà di fronte al reale. Questa libertà può essere esercitata adeguatamente alla dignità dell’uomo solo se sostenuta da un rapporto, fortificata da un legame. Ogni passo verso il proprio destino è più saldo, meglio ancorato, se si è almeno in due nel viaggio.

 

M.P. Sempre rivolgendoti al poeta  scrivi: «Bisogna uscire / dall’acquario / ditelo ai poeti / (i bambini già lo sanno) / è inutile che batti / e ribatti le pinne / nell’acqua per niente». Un invito che sembra voler spostare la poesia da puro esercizio letterario a esperienza primaria del reale. Credi che una certa poesia contemporanea sia più concentrata sul primo aspetto?

 

F.I. La poesia è “utile” se aiuta il lettore a decifrare la natura della “domanda”sulla vita, sul suo significare. Se non è fedele a questo compito, o peggio ancora se lo ignora, non serve a nulla, toglie solo respiro e si riduce, quindi, a puro esercizio. 

 

M.P. Gli oggetti della quotidianità  («la goccia che squilla / sulla padella in rame», «la terribile / macchiolina di sugo / sull’enorme / tovaglia bianca», «il litro / d’acqua / in fondo al secchio») e la Natura («Tu impara dai pesci, impara / dagli uccelli. Impara».) appaiono dei tramite per ritornare «all’origine del nodo», «nell’unico ricamo possibile». Qual è il loro valore?

 

F.I. Non posso fare a meno di considerare le cose della realtà come costituite da una doppia dimensione, una dell’apparenza (di ciò che rimane in superficie, e di cui possiamo fare esperienza attraverso i sensi) e una per così dire “del dentro”, che trascende l'aspetto (pur giustificandosi in esso) e invoca la sua più alta natura. È come un’eco che rincorre se stessa e cerca disperatamente la sua voce primordiale. 

 

M.P. L’attesa, il silenzio, la preghiera, la pazienza  sembrano i valori fondamentali della fede a cui ti appelli: «Questo stare / nel gesto paziente / della maturazione / ci riguarda. / Aspetteremo / come dentro / una silenziosa conversazione», «Dopo un anno / di preghiere / lo vedi il frutto? / Lo vedi come / avanza fiero / oltre il ramo? », «Volevi entrare nel mestiere della luce / senza esercitarti all’incubo della fatica». Possiamo considerare questi valori delle posizioni senza le quali non è possibile comprendere a pieno il movimento che vuole compiere la tua poesia?

 

F.I. Tutta la nostra vita è attesa, presentimento di qualcosa che sta per compiersi e che qui, adesso, possiamo solo intravedere, a volte presentire come lacunosa suggestione o frammentata visione. E perché l’avvenimento si compia è necessario tenere alta la guardia, stare all’erta e supplicare se stessi (ed è questo il più grande atto d’amore) di rimanere svegli, di essere pronti ad intercettare anche il minimo segno. Chiedo a me stesso, e in poesia soprattutto, la semplicità di un amore che sappia lasciarsi inglobare da un più grande amore, che è oltre noi e la cui natura già ci appartiene per il fatto di essere noi stessi “mistero”.   

 

M.P. Il sentimento di profonda adesione al reale sembra generato da una caduta («Sono / caduto / caduto / caduto [...] Cadremo tutti dal ramo, tutti [...] finiremo nella seta antica di un abbraccio»), dal «precipitare nel rigo / di farina sulla tavola». Un movimento che rende travagliato «quello stare / facile / nella dedica del mondo» a cui si fa riferimento in apertura, perché «bisogna aprire il lucchetto» per «uscire dall’incubo», occorre essere gettati «dall’altro lato / dell’evento» rispetto a chi fa baccano, chi martella, chi batte i piedi. E ancora: «Il figlio nasce / quando la madre / ha il male / nelle gambe / ha il morso / nell’addome [...] Il seme / si è rotto la testa / per amore / della pianta». Come possiamo leggere questo contrasto?

 

F.I. Nella vita ci si muove di solito perché “attratti”, per un sentimento di bene per sé (magari anche solo intuito) e per la propria vita sopraggiunto in seguito ad un incontro. Anche nell’amore si è persuasi nel medesimo modo. E ed è ovvio che un simile percorso di conoscenza, ovvero di approfondimento di ciò che si è incontrato, prevede cadute e slanci, moti di disaffezione e stanchezza. Ma cosa può convincerci a perseverare nel viaggio? Solo la gioia, la verifica di una non replicabile letizia altrove. 

 

M.P. La «viola pallida [...] cresciuta in solitudine sul ciglio», destinata a perire in solitudine, a essere sbottonata affinché l’amore possa manifestarsi e salvarci dall’incubo, sembra riassumere e divenire, più di altri, simbolo della condizione dell’autore all’interno del testo. In che misura credi nel valore simbolico di un elemento testuale come questo?

 

F.I. Le cose della natura sono probabilmente le più espressive di quella vitalità che è intrinseca all’essere. Nascono, crescono, si impongono per bellezza, si rinnovano, promettono il ritorno (che poi effettivamente avviene quando la stagione cambia). Per queste ragioni non posso fare a meno di adorarle, per quella loro gratuità, per quel loro affermarsi senza nulla pretendere. Sono la più evidente testimonianza che niente dipende dall’uomo, loro “sono” per sé, e basta.

 

M.P. Dio appare come «planimetria perfetta», «grafia» e, al tempo stesso, come «assenza / che la mia poesia / non sa dire»: «ti avevo chiesto un bacio, un qualsiasi / avvertimento / dell’amore / invece mi lasci / come il figlio fermo / col secchiello sul molo e un mare / immenso davanti». Una dicotomia, una mancanza, che rende nuovamente drammatica, incompiuta e, forse per questo, vitale, la «fede elementare» a cui si fa riferimento. È questa la natura di quella «legge» che consente la conoscenza?

 

F.I. Molti poeti di oggi trascurano buona parte della nostra tradizione. E penso a Betocchi, Rebora, Campana, Guidacci, Testori, Bigongiari, Luzi, Rosselli (solo per citarne alcuni, e senza scomodare gli immensi Dante, Petrarca o Baudelaire), tutti poeti dallo spiccato senso religioso. E vorrei tenere a parte i “credo” e riferirmi in maniera esclusiva a quell’atteggiamento con cui la ragione e il cuore si dispongono con problematicità rispetto al reale, con quel desiderio di scoprirne il grande segreto, per provare a capire se tutto l'amore, il dolore, la gioia, la disperazione hanno un qualche senso o cadono così, nel vuoto, come un sassolino in un baratro enorme. La poesia può essere “con” o “contro” Dio, ma non “senza” Dio (così come la vita di ogni singolo uomo). Una vita “senza” Dio abolisce ogni ipotesi di significato ulteriore e conduce ad un irreversibile nichilismo, probabilmente già innescato da un certo ermetismo.

 

 

M.P. A livello stilistico-formale la struttura del testo e del verso viene continuamente frammentata, forse per evidenziare o isolare unità semantiche rispetto alla possibile unità del verso. Come ci puoi spiegare questa scelta?

 

F.I. Ho preferito la frammentazione del verso (o più probabilmente mi si è imposta in modo arbitrario) perché è questo il movimento che a me sembra la vita compia per svelarsi. Sono attimi, episodi piccoli, veloci lampi, brevissimi respiri che si danno maestosi e mai definitivamente afferrabili. Perciò è necessario un lavoro di memoria, di ri-affermazione dell'evento e in questo la “parola” può avere una funzione decisiva. 

 

 

M.P.  Quale ruolo credi possa avere la poesia nel “milieu” in cui viviamo?

 

La scuola sta progressivamente perdendo il suo ruolo educativo (riducendosi a considerare la persona dal punto di vista “produttivo”) e la famiglia è costantemente osteggiata (la paralisi polita in materia di welfare ne è la prova più eloquente). 

L’amicizia sembra spesso un modo per riempire vuoti con vuoti, di occupare il tempo.  

Poi c’è la poesia. Ma a chi interessa oggi? 

Forse la domanda andrebbe capovolta: perché la poesia non interessa più?

Non posso credere che il disinteresse per la poesia sia la conseguenza di un più tragico disinteresse per la vita. Non posso ancora crederlo. 

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Marco Pelliccioli