1 October 2014

UN VISO CHE NON SAPEVA DI POTER ESSERE BELLO

La Cassandra di Wisława Szymborska guardava se stessa dall’alto delle stelle. Ce lo racconta Bianca Sorrentino

Monologo per Cassandra 

 

Sono io, Cassandra.

E questa è la mia città sotto le ceneri.

E questi i miei nastri e la verga di profeta.

E questa è la mia testa piena di dubbi.

 

È vero, sto trionfando.

I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.

Solamente i profeti inascoltati

godono di simili viste.

Solo quelli partiti con il piede sbagliato,

e tutto poté compiersi tanto in fretta

come se non fossero mai esistiti.

 

Ora lo rammento con chiarezza:

la gente vedendomi si interrompeva a metà.

Le risate morivano.

Le mani si scioglievano.

I bambini correvano dalle madri.

Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.

E quella canzoncina sulla foglia verde -

nessuno la finiva in mia presenza.

 

Li amavo.

Ma amavo dall’alto.

Da sopra la vita.

Dal futuro. Dove è sempre vuoto

e da dove nulla è più facile del vedere la morte.

Mi dispiace che la mia voce fosse dura.

Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo -

guardatevi dall’alto delle stelle.

Sentivano e abbassavano gli occhi.

 

Vivevano nella vita.

Permeati da un grande vento.

Con sorti già decise.

Fin dalla nascita in corpi da commiato.

Ma c’era in loro un’umida speranza,

una fiammella nutrita del proprio luccichio.

Loro sapevano cos’è davvero un istante,

oh, almeno uno, uno qualunque

prima di -

 

È andata come dicevo io.

Però non ne viene nulla.

E questa è la mia veste bruciacchiata.

E questo è il mio ciarpame di profeta.

E questo è il mio viso stravolto.

Un viso che non sapeva di poter essere bello. 

 

Wisława Szymborska, da Uno spasso 

Traduzione a cura di Pietro Marchesani (Libri Scheiwiller)

 

Cassandra è universalmente nota come la principessa troiana capace di predire il futuro, ma destinata a restare inascoltata. Questa immagine è eredità dei tragici greci, in particolare Eschilo ed Euripide, che dipingono la donna come una baccante, la quale alterna al furor dionisiaco della visione la razionalità apollinea del lógos. Veggente e profetessa, Cassandra fa i conti con una saggezza che viene dall’alto: la conoscenza di ciò che sarà la rende una privilegiata, ma allo stesso tempo comporta una sofferenza indicibile. Le sue parole, per quanto vere, non hanno forza di persuasione e dunque risultano vane. L’unico modo per ribadire la propria purezza, allora, è aggrapparsi alla verginità, l’unica scelta che sia davvero sua. Eppure anche quella viene barbaramente oltraggiata: la figlia di Priamo sarà violata prima da Aiace Oileo, proprio davanti al simulacro di Atena, e poi da Agamennone, che la trascinerà ad Argo come bottino di guerra, con esiti fatali per entrambi. 

L’alone di teatralità che circonda il personaggio di Cassandra è evidente anche nella rilettura del mito che ne fa Wisława Szymborska. Ciò si evince già a partire dal titolo del componimento, Monologo per Cassandra (da Uno spasso, 1967). L’eroina troiana si rivolge in prima persona ai suoi spettatori e, da un palco immaginario, con parole dalla straordinaria carica evocativa mostra loro la sua città ormai distrutta e i suoi attributi da profetessa. Subito però si svela l’umanità di una donna tormentata dai dubbi; al trionfo dei giusti presagi di Cassandra fanno da controcanto la sua solitudine e l’immagine inclemente dei bambini che, al suo passaggio, interrompono le loro canzoncine e corrono via. La sua condizione è quella dell’esule, in un altro luogo e in un tempo altro. Lei è estranea alla vita, considera effimeri i nomi dei mortali, eppure invidia l’incoscienza di coloro che non sanno di stare al mondo “permeati da un grande vento”. Tutto ciò che Cassandra desidera, e che non può avere, è un istante. Lo rivelano i versi che si fanno concitati: “oh, almeno uno, uno qualunque, / prima di –”. La sua sapienza l’ha strappata alla vita, l’assoluto di cui è depositaria le ha negato l’accesso al contingente che tanto avrebbe voluto assaporare. Quello che le rimane, alla fine, è una veste bruciacchiata, il suo ciarpame di profeta e il suo viso stravolto. 

L’eloquio solenne e oscuro della Cassandra del V secolo a.C. si trasforma, nel Novecento, nel linguaggio limpido che è la cifra stilistica della poetessa polacca: ai monologhi criptici delle tragedie che il coro stentava a decifrare, fa qui riscontro un discorso poetico che si distingue per l’estrema lucidità e per la ricchezza di immagini riconducibili alla sfera del quotidiano. L’ultima è sicuramente la più potente: “Un viso che non sapeva di poter essere bello”. Ed ecco la risposta novecentesca al tema antico della verginità: non si tratta di ribellione nei confronti della divinità maschile, né, al contrario, di una forma di accettazione rassegnata. La Cassandra di Wisława Szymborska non sapeva neanche di poter essere altro: è corsa incontro al suo destino perché, a differenza degli altri, guardava se stessa dall’alto delle stelle. 

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Bianca Sorrentino