7 September 2016

Un uomo antico o un uomo successivo

Federica Volpe recensisce "La terra di mezzo" del finalista Premio Rimini Marco Aragno

“La Terra di Mezzo” di Marco Aragno (Raffaelli Editore, 2015) ci porta in un paesaggio che riusciamo a riconoscere come nostro e reale, ma che poco a poco sfuma, rincorrendo una forma nuova. 

Ci accoglie con le cose comuni, la raccolta: “l’insetto che annega nella goccia del / finestrino e scivola agli angoli della / visuale”“grattacieli / in espansione, impalcature e / strati d’acciaio votati un giorno a / farsi orizzonte a competere col / cielo e col sole”. 

Le immagini, che sembrano essere le inquadrature di una telecamera accesa sul mondo ad aspettare l’apparizione dei suoi personaggi, sembrano raccontarci un mondo verosimile, un’esperienza per noi tangibile. La voce narrante  è quasi orazione, di rado spezzata dall’elezione delle virgole. 

All’improvviso, senza rendercene conto, seguendo la voce cantata di Aragno ci perdiamo, non troviamo più la rotta del reale, non comprendiamo più il tempo e il luogo in cui ci ha condotti.
L’uomo di cui leggiamo ci assomiglia, ma non pare più essere esattamente uguale a noi. Un uomo antico, forse, o un uomo successivo a noi che ricorda molto i nostri precedenti. 

È un uomo legato alla natura e ad i suoi ritmi, le cui impronte non sono diverse da quelle di altri animali, e il cui corpo, alla fine della vita, torna ad essere natura (“Davano i corpi in pasto alla norte / li seppellivano uno a uno sotto / zolle dissodate, fresche di pioggia / per rinascere in altre forme vedersi / un giorno rifruttificare in giovani / ulivi, trame di biancospini sbocciati / ai bordi di un cratere”).

Le case e i loro muri, simboli della costruzione umana e del suo progresso, si sfaldano sotto il tocco della natura. La nebbia li nasconde (“Ormai fra non molto la nebbia avrà / fatto uguali le cose spegnendo i Segni / dell’ultima estate. La casa a poco / scivolerà nel bianco lasciando i corpi / in attesa a fissare la pianura”), il vulcano li distrugge (“Della casa travolta dall’eruzione / spuntano appena i comignoli qualche / grondaia o mattone masticati dalla / forza del fuoco”).

In questo viaggio confuso tra presente e passato, Marco ci racconta di una vita essenziale, legata indissolubilmente ad una sua ciclicità ancestrale, e ci lascia persi nel dubbio: dove ci ha portati? 

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Federica Volpe