16 January 2018

Scegliere qualcosa o qualcuno è solo andare incontro alla conoscenza

Luca Minola racconta a Marco Pelliccioli il suo nuovo libro "Pressioni"

In bottega con... Luca Minola

 

 

Per la rubrica In bottega con..., intervistiamo oggi Luca Minola (Bergamo, 1985) riguardo la sua opera: Pressioni (LietoColle, 2017), pubblicata nella collana I giardini della Minerva a cura di Maurizio Cucchi.

 

Luca Minola ha pubblicato con Francesco Maria Tipaldi la raccolta Il sentimento dei vitelli (EDB, 2012), Premio Maconi Giovani 2013. Alcuni suoi testi sono contenuti nel Quadernario Almanacco di Poesia  a cura di Maurizio Cucchi (LietoColle, 2014), in Smerilliana n. 18 nella sezione Poesia italiana, sulle tracce di una generazione a cura di Franca Mancinelli (2015), nel Bisestile di poesia a cura di Alberto Pellegatta (EDB, 2016). Ha partecipato al Premio Cetonaverde nel 2015. Inoltre le sue poesie sono pubblicate sui blog Interno PoesiaNuovi Argomenti, Nazione Indiana e Atelier. Nel 2017 sono usciti alcuni suoi inediti introdotti da Roberto Deidier nella rubrica nuovi poeti su L’EstroVerso. È redattore dell’Almanacco del ramo d’oro.

 

 

1. Un’immagine-luce sembra muoversi in Pressioni tra strade, nervi, attese, ritmiche, materie: «È dispersione, sfondamento di reti, / nostalgia avanzata tra le condizioni, / stampo di immagine protetta./ Se irradia è solo luce, sistema di luce. / Si separa, rotola nel flusso / in veloci soluzioni, fuori dai complessi strumenti»

Come ci puoi descrivere questo movimento?

 

E’ un movimento quasi naturale, identifica idealmente la luce, intesa come materia viva e vivente che riflette e riscalda tutto, ogni cosa. In questi versi in particolare, ho voluto tratteggiare una ricognizione della luce intesa come stampo, come energia animata. Ogni cosa idealmente è sospesa fra luce e ombra, subisce in alcuni casi l’effetto di questa duplice energia che mostra luoghi, oggetti, strade in continuo e totale cambiamento, qualcosa di vicino alla metamorfosi. Noi stessi mutiamo attraverso la luce, siamo quello “stampo” che non trattiene, quell’energia che prova sempre a rinnovarsi. Sicuramente in tutto questo c’è qualcosa di epifanico e di totalizzante, quello che si rivela è lo “strumento” per accedere ad altro, cioè alla lingua scritta, alla poesia. 

 

 

2. Attese, «soste verso il futuro», dimensioni temporali dilatate dentro le quali l’immagine-luce si muove «fra le cose esatte», «nello spazio preciso», in paesaggi arrestati, «percorsi perfetti». Dilatazione del tempo da una parte, precisione dello spazio dall’altra.

Qual è il rapporto della luce con queste due dimensioni spazio-temporali?

 

Il tempo è un altro dei miei maggiori interessi, l’attesa vissuta con l’ansia costante di una notizia, di un evento che nel bene e nel male porterà un cambiamento, un risultato da decifrare e da contenere anche fisicamente. Per il resto il “futuro” si scrive, argomenta l’impossibilità del nostro vivere costantemente “al presente”. La dilatazione del tempo parte proprio dalle rievocazioni delle immagini che si presentano, che diventano esatte nei loro dettagli, quando si descrivono, quando prendono forma attraverso le parole.  La luce ovviamente proietta e aiuta queste due dimensioni, accompagna lo spazio e il tempo, li migliora evidenziando le parti più interessanti, il meglio che si crea dalle nostre giornate così ripetitive e caotiche. 

 

 

3. «Un armonioso e strisciato buio» sembra completare, come materia invisibile, la luce.

Nella gestazione della tua parola poetica, quanto e come incide la tensione tra visibile e non-visibile?

 

Lo completa in ogni senso, l’ombra e il buio in qualche modo sono luce stessa anche loro. In questo verso spiego come anche il buio possa realmente curare in alcuni momenti, l’azzeramento di input e di luci riposa dalla continua esposizione all’illuminazione sia naturale che artificiale a cui siamo sottoposti quasi sempre. Coincidono in queste parole le relazioni e i contrasti, “armonioso” perché è sempre ricercata in qualche modo un’armonia, in qualsiasi caso, e “strisciato” perché il buio può essere percepito come qualcosa di avvolgente.

 

 

4. Il «progetto» di cui parli in Pressioni consiste nel «togliere» scegliendo «la grazia dei gesti», nel collocarsi «prima dell’avvenimento: si apre e non si pronuncia, è come le altezze / come nessun respiro. / Forse la scelta è conoscere e nient’altro» mentre hanno luogo accadimenti identici che sembrano avvenire «solo per la domanda e per lo sguardo».

Come ci puoi descrivere questo «progetto»?

 

E’ un progetto mancato in realtà, parla di amore e di vita. In ogni situazione o relazione c’è un ideale di “progetto”, un “disegno”, che viene costantemente distrutto e annientato per diventare altro. Ogni giorno noi scegliamo qualcosa, un lavoro, delle persone con cui condividere le nostre giornate e la nostra vita. Scegliamo quello che è più vicino a noi, al nostro modo di vivere e sentire, spesso però dobbiamo anche arrenderci alla realtà, ai cambiamenti altrui, alla fine di amicizie o relazioni, per questo scegliere qualcosa o qualcuno è solo andare incontro alla conoscenza, all’esperienza fine a se stessa.

 

 

5. «Cicatrici dei punti, / spazi aperti nelle frasi […] tutte le scosse riprese / nell’immagine», un passaggio che esprime bene il procedere lento, ellittico, visionario del tuo verso, trovando piena espressione nei frammenti del capitolo Pressioni che dà il titolo al libro. Da una parte la tensione a “cicatrizzare” i punti, dall’altra gli «spazi aperti nelle frasi».

Cosa puoi dirci a riguardo?

 

Hai perfettamente ragione, esprime in pieno il procedere lento del mio lavoro. Ho bisogno di molto tempo per elaborare anche brevi versi. Il capitolo “Pressioni”, che dà il titolo al libro, è il più breve e stringato. Riassume la sintesi della mia poesia, una tensione sentita e ricercata. C’è sicuramente un’analisi del limite, della frammentazione ma anche un bisogno di apertura, alla comunicazione, alla semplicità. In realtà penso ogni tanto che versi brevi e asciutti possano portare la poesia alla sua massima esasperazione come materia verbale, dall’altra sono di maggiore efficacia e riescono a rispondere a qualsiasi tipo di appello all’ascolto e all’espressione, pensa a Mattina di Ungaretti, non c’è nulla di più essenziale e bello.

 

 

6. «Vorrei riferirti le cose: / il punto, le soluzioni, l’apertura improvvisa / dopo la strada maestra e quanti sono e fingono di essere. / Quanti vorrebbero segnarsi i modi: chi si aggiusta l’abito, / chi tace silenzioso / con il suo coltello, chi rantola / chi preme».

Come si colloca in Pressioni l’essere umano?

 

In “Pressioni” l’essere umano è sempre presente, magari non in maniera esplicita ma c’è. Sono le figure che si muovono e osservano, spesso sono io stesso che riporto, facendo da tramite, un’ esperienza, un aspetto da raccontare, qualcosa che può esistere anche attraverso la scrittura e la pagina. In particolare questa poesia è nata in un periodo difficile e complicato, in realtà parla direttamente alla persona per cui è stata scritta anche se vale in generale per chiunque, specialmente la parte finale parla di come le persone siano costantemente piene dei propri modi di essere e delle loro ansie e di come ogni oggetto rifletta esattamente tutto questo, premendo sul mondo.

 

 

7. Nel capitolo Materia esorti il lettore a interrogare il reale: «(Domanda se puoi, allunga la mano)», «adesso puoi prendere il tuoi appunti / e rinunciare», «Vuoi dire la luce che avanza. / Segna qualcosa di intravisto: l’ipotesi di altro giorni».

Cosa spinge questa interpellazione nei confronti del lettore?

 

Nella parte finale del libro c’è un’apertura maggiore verso il lettore e il reale. E’ una richiesta d’attenzione, di disposizione verso la parola poetica. Quello che si intravede è la possibilità di andare avanti, di procedere attraverso un percorso, un “progetto” che sia verificabile giorno per giorno, che cresca, che sia attraversato da smottamenti e ripensamenti ma che esista nella sua precarietà e ragione, che sia scrittura o vita è la stessa cosa. Quello che si domanda e si chiede molto spesso è anche quello a cui si rinuncia, tutto questo è da condividere con chiunque, compreso il lettore di poesia sempre attento e critico.

 

 

8. Nell’ultima poesia del libro compare per la prima volta la parola “amore”: il soggetto iniziale colpito dalla luce, messo completamente tra parentesi a favore dell’immagine-luce da cui è travolto, si apre a poco a poco verso l’essere umano, lo interpella, per poi sancire l’unione più alta attraverso l’esperienza dell’amore.

Cosa puoi dirci a riguardo?

 

In queste righe hai riassunto perfettamente il “tema” e la dinamica che attraversa il mio libro, alla fine si arriva ad una conferma, l’immagine-luce si apre all’umano per compiere questo passo , per confermare che ogni tipo di contatto o movimento verso l’altro può rappresentarsi anche attraverso l’amore, come esperienza del vissuto, unica e irripetibile. 

 

 

9. Qual è il rapporto tra la tua poesia e le arti visive?

 

Unico e imprescindibile. Amo moltissimo l’arte, soprattutto quella contemporanea. Posso farti qualche nome: Freud, Balthus, Bacon, Giacometti, Fontana, Giorgio Morandi, Schifano, Adami, artisti completamente diversi fra loro ma, almeno per me, assimilabili al mio lavoro. Poi citerei l’Espressionismo astratto, su tutti Barnett Newman e Mark Rothko. In aggiunta segnalerei Bill Viola e i suoi lavori sull’acqua e Moholy- Nagy, artista ungherese che ha lavorato a lungo sulla luce in maniera molto particolare.

 

 

10. Quale ruolo può avere la poesia nel “milieu” in cui viviamo?

 

Un ruolo decisivo, è una continua ricerca sugli aspetti umani e sulla lingua. La poesia apre mondi nascosti, bellissimi e accessibili a tutti. Anche la poesia più complicata e oscura potrebbe benissimo essere letta da chiunque, bisogna solo abituarsi ad un “linguaggio” sicuramente diverso rispetto alla lingua di tutti i giorni. La poesia non deve cadere nella mediocrità intesa come qualcosa di “semplificabile”, pena la banalità, elemento che non appartiene alla vita vera. C’è sempre qualcosa da ricercare nelle persone e sempre ci sarà. In ogni caso la poesia è comunicazione, come può non esistere in un mondo pieno di input e messaggi?

Condividi su
Marco Pelliccioli