5 April 2017

Questo libro è un commosso grazie alla poesia

"Mentre si mettono a posto le cose" di Irene Paganucci sabato sarà donato a 500 studenti delle scuole superiori

Ci sono i muri 

Prefazione di Chandra Livia Candiani 

 

Ci sono i muri. Meno male. C’è chi ha bisogno dei muri. Non per chiudersi dentro e nemmeno per chiudere fuori l’esterno. Ma per reggersi da fuori, per avere un’impalcatura soccorritrice perché il dentro è crollato, non qualcosa dentro, ma il dentro vero e proprio, tutto quanto.
Il primo verso della raccolta Mentre si mettono a posto le cose di Irene Paganucci è: “È capitato”, poi la poesia prosegue ma dopo un a capo e, si sa, gli a capo sono abissi. “È capitato” è un pugno di risveglio. Qualcosa era temuto, anticipato, esorcizzato, abbiamo patteggiato, ci siamo distratti, esercitati al peggio, siamo stati lì fermi in attesa, abbiamo guardato di sbieco, in ogni caso: “È capitato”. Proseguendo, nella stessa poesia, c’è mamma riccio e i suoi riccetti, insieme. E poi la grammatica si scassa: “Io credo / bisognerebbe sempre / mentre si mettono a posto le cose”. È una scassatura di pudore. C’è un pudore delicatissimo in queste poesie, un pudore metodologico come quello contenuto nella parola rivelare, opposta a svelare, verbo violentissimo. Si rivela mettendo un velo così trasparente, così tenue, come il velo di lacrime o di rossore o di silenzio, che viene il coraggio di guardare. Queste poesie, ci scommetto, appartengono a qualcuno che sa lacrimare, arrossire, sbiancare, a qualcuno che vive all’età della pietra, che sa lavorare il duro, trovare il sale della pietrificazione, sa dominare il fuoco, dargli il tempo di accensione e spegnimento, mantenergli vive le braci, e sa addomesticare il cane (del cuore). Quindi, non vuole dimenticare, ma scrivere per rimettere le cose a posto, per ridare i ricordi alla memoria e non perderli mai più. 

Nel viaggio di restituzione del male dalla memoria cellulare a quella scritta, visionata, conservata scolpita nel cuore, cioè ricordata, nel viaggio da minatori di chi non vuole affatto dimenticare ma solo mettere ordine, mettere un a capo, non voltare pagina, ci sono degli alleati. Sono gli oggetti. Chi più caro alla poesia degli oggetti? Per certi, la poesia è dare voce a chi non ce l’ha. E gli oggetti così silenziosi e servizievoli, così nostri consorti, come potrebbero non essere aiutanti? Come i muri, gli oggetti ci reggono, delicatamente, in incognito. Le forcine per i capelli tengono su il morale, la borsa gialla del supermercato si rompe e tutto quello che era da dire rotola in fondo alle scale, perché il dolore dell’altro o lo cogli al volo o lascia perdere. Gli oggetti sono maestri e mappe per il verso giusto: 

Un giorno tramutarmi
in oggetto: una tazza
da tè, possibilmente.
Sul fianco un’ansa che indichi il modo – si sappia sempre da che verso prendermi. 

Ci sono strategie di poesia, farla viva nel vivere la vita e non solo nello scriverla o nel leggerla, come gli animali, anche loro si fingono morti, è l’ultima delle strategie per sentir ridere senza frantumarsi, per sentirsi al posto di se stessi, per essere più veri delle finzioni di sopravvivenza quotidiana. 

Mi piace fingermi morta, restare nel letto, le mani
sul petto, sentire
gli altri che ridono al piano di sotto. 

Le strategie di poesia sono follie lucide, abitare animali, oggetti, non dare disturbo ai fiori, essere i falchi stampati sui vetri delle autostrade, sacrificarsi per scongiurare lo schianto di qualcun altro.
Ma poi. “È capitato”. Il libro parte da lì.
Il diario di un dolore è pura generosità, mappa aperta a tutti, necessità di un dire che salva la parola stessa, la possibilità umana di comunicare. Il diario di un dolore parla di come: 

Giù in strada, di punto in bianco, nel pieno delle cose da fare,
ti corre incontro una specie di vuoto:
ti sfugge un nome, 

un morto, una ragione, qualcosa non tiene e viene
a mancare come il calzino al tallone mentre cammini
mentre non muovi obiezione. 

Perché questa poesia non muove obiezioni, non divide i mondi, li vuole entrambi, la vita e la morte. Così è, per noi umani, non siamo smemorati e se lo siamo ci corre incontro il vuoto, si fa avanti e ci sfugge un morto, un’assenza così impetuosa che le presenze impallidiscono in parvenze da circo, un tendone sbrindellato la realtà quotidiana. 

Ci sono i muri. Meno male. C’è chi parla con i muri. E loro rispondono. Sfarinandosi discretamente. Crepe che “scendono / a dirotto sulle guance”, muri del pianto che “non sanno / dove sbattere la testa”, muri che aspettano che ci si appoggi, aspettano come una carezza, muri che vogliono spalle al muro, le accolgono, muri che “è domenica lo sanno / anche i muri”. Muri veri insomma, non simboli di pena ma scheletri di tenuta, in vita. Parete che faccia da madre. 

Come l’analista, la signora degli spaventati, si sente il suo silenzio, la sua cura di contadina perché il ma- le non prenda il raccolto alla sprovvista. Anche qui lo stesso pudore come incedere di un passo che non vuole dimostrare niente, che non lascia orme ma “un filo d’affetto” che lascia andare, che fa tornare. La signora degli spaventati ha da dare tempo, parole come cerotti e i suoi occhi curano gli occhi. Si chiama corrispondenza. 

E alla fine la madre non nominata ma urlata nell’assenza, con pudore, con generosità perché sia madre di tutti, alla fine, forse, è anche la poesia. Anche la poesia ha “la premura [...] del contadino”. Perché: 

Usciti dalle labbra di una madre
non generati, dati al mondo ma detti al mondo come parola in fasce: 

non si nasce – si viene pronunciati. 

La parola si eredita, si tramanda, la parola è madre e la madre è parola. Questo libro è un commosso grazie alla poesia. 

 

 

IRENE PAGANUCCI

da Mentre si mettono a posto le cose (Raffaelli)

Rovinosamente

 

 

 

«Non dovevi dirmi qualcosa?»

e in effetti qualcosa c’era.

L’avevo messo insieme ai pelati

nella busta gialla dell’esselunga

però poi è andata a finire

che la busta si è rotta sotto e

tutto quello

                  che avevo

                                  da dirti

                                             è rotolato

in fondo alle scale.

 

*

 

Mi è rimasto un dolore tra i denti,

un dolore verde prezzemolo.

Lo tocco con la lingua per tentare

un’ablazione, mi si nota

quando rido: c’è come un’orma – come

un’ombra – e mai nessuno

che me lo viene a dire, che poi mi offre

uno stuzzicadenti.

 

*

Domenica ha chiamato una tua amica,

ha detto “Ciao” e poi

il tuo nome al posto

del mio: mi ha chiesto

scusa, “Sono una scema”

ha balbettato. E io dopo

ho pensato che, in fin dei conti, era

più giusto se mi scusavo io

che avevo risposto

al telefono e non ero te.

 

*

Ho ancora la brutta abitudine

di sedermi sempre

dalla stessa parte, di cercare

una parete che mi faccia da madre,

che si prenda la briga

di starmi dietro.

Spietata m’inchiodo

da sola, mi metto con le spalle al muro.

 

 

*

 

Mi piace fingermi morta, restare

nel letto, le mani

sul petto, sentire

gli altri che ridono al piano di sotto.

 

*

 

Delle volte apro l’armadio, metto un

vecchio maglione tuo, piango

forte come quando ero piccola e

volevo tanto un cane.

Allora prendevo la bici, andavo

nell’orto vicino casa, tenevo

in braccio le galline, le accarezzavo.

 

*

 

Somigliare è discreto rubare

e non si sospetta

nemmeno che si debba chiedere

                                                  permesso

per certe cose. Si dice

gli occhi da chi li ha presi? la bocca,

di chi è la bocca?

e da sempre la vita si tramanda per furti.

 

Così confesso

che ho qualcosa di tuo: te lo ricordi

l’ultimo litigio?

Ti sei voltata,

mi hai dato le spalle e io

non te le ho più restituite.

 

 

IRENE PAGANUCCI è nata nel 1988, vive a Lucca e si è laureata a Pisa in Sociologia e politiche sociali. Ha pubblicato la raccolta di poesia Di questo legno storto che sono io (Marco Saya Edizioni, 2013), segnalata come opera d’esordio al concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano”. Alcuni suoi componimenti sono apparsi su riviste web e cartacee, come “L’Unità”, “Versante Ripido”, “La Balena Bianca”, “Atelier”, “L’EstroVerso”, “Leggendaria”. È vincitrice della sezione “poesia inedita” dell’edizione 2015 del premio letterario “Città di Capannori”. Nell’antologia Pisa e le sue voci (Carmignani Editrice, 2014) è presente un suo commento critico sul poeta Dino Campana. Ha scritto lo spettacolo teatrale “Signore perbene – Viaggio nella poesia italiana al femminile”, curato dal Gruppo Teatro 4e48.

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