13 October 2017

Poesia territorio della dissomiglianza

Marco Pelliccioli ha intervistato Carmen Gallo sul suo libro d'esordio

Per la rubrica In bottega con..., intervistiamo oggi Carmen Gallo (Napoli, 1983) riguardo alla sua opera d’esordio: Paura degli occhi (L’arcolaio, 2014), finalista al Premio Lorenzo Montano 2016.

 

Carmen Gallo vive a Napoli, dove insegna Letteratura inglese e si occupa di poesia metafisica inglese, teoria del romanzo e critica angloamericana. Dal 2015 cura, con altri colleghi, il seminario di poesia comparata presso l’Università Federico II.

Nel 2017 ha pubblicato Appartamenti o stanze (Edizioni d’if), Premio Castello di Villalta (sezione Giovani).

 

 

1. Lo sguardo, la nominazione e la referenzialità sembrano porsi come questioni centrali in Paura degli occhi, libro che apre dicendo: «come sapere che tutte le bocche / professeranno il falso / e per prima la tua / dirà cose che non vuole / vedrà cose che non sa / ma il vero più del falso / resta nelle parole che non riconosco». Da qui un «ordine del giorno»: «guardare», superando la paura degli occhi nel disarticolare una referenzialità già data, a priori, tra i nomi e le cose.

Quanto è necessaria questa disarticolazione affinché lo sguardo si riappropri delle cose «prima che sia troppo tardi anche per noi»?

 

 

La disarticolazione del rapporto tra i nomi e le cose mi pare il punto di partenza, in generale, dell’esperienza contemporanea in questa parte di mondo in cui viviamo. L’attenzione allo sguardo in questo libro è legata alla volontà di indagare il problema più generale della percezione e rielaborazione degli stimoli che provengono dal mondo esterno (persone, eventi, paesaggi, oggetti). Lo sguardo, in questo senso, è quasi un escamotage per problematizzare le incapacità del linguaggio, e allo stesso tempo per arrischiare un’articolazione e risignificazione, un nuovo modo di guardare che, sebbene provvisorio, permetta di disegnare (inventare, ritrovare) una traccia di unità, una forma minima del senso, in cui sia possibile riconoscersi.

 

 

2. Una disarticolazione, una ricerca che esplora i territori della dissomiglianza: «difendere / ciò che non detto pure esiste / ma poi arriva / l’elenco necessario delle cose che hai / e non ti importa più di perdere / ciò che muto non ti somiglia».

Per quale motivo è importante “difendere” questa disarmonia?

 

I territori della dissomiglianza (intanto, grazie per la definizione) sono gli unici in cui è possibile la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie possibilità. Sono gli unici in cui è possibile “misurarsi” con sé stessi e con gli altri. Quando prima parlavo della “traccia di unità” parlavo di un valore minimo, da circoscrivere con fatica e lucidità, ma senza pretese di estensione ideologica, di universalizzazione o sopraffazione. Nella disarmonia c’è quanto non si conosce, o non si conosce ancora, cioè non si è ancora adeguato alla norma del nostro visibile, e che per questo ci parla e ci interroga su ciò che siamo e ciò che scegliamo. Questa mi pare la cosa più importante da difendere. 

 

 

3. In questo movimento il corpo viene privato dall’intenzionalità: «dovrebbe essere facile / a questo punto / sistemarvi al centro / la trama visibile dei polsi / la schiena curva delle parole / e lasciare che gli occhi sentano / che la pelle infine veda / ma qualcosa ancora trema / e io resto immobile / a guardare la trama / che hai scelto per me / la sollevo e penso / scegli me / scegli me». Non è il corpo a scegliere la trama ma è la trama a scegliere il corpo, un corpo contenitore («farsi mare, e cancellare l’acqua»), un corpo escoriato («assegnare come un nome / una mappa affidabile di ogni tua / minuscola escoriazione»).

Di quali trame può essere testimone questa corporeità?

 

 In questo libro il corpo è pensato come il corrispettivo dello sguardo: assume su di sé – come mutilazione, frammentazione, escoriazione, abbandono – le esperienze volontarie e involontarie dello sguardo. Non sempre il nostro sguardo sceglie cosa vedere. Talvolta può scegliere di chiudere gli occhi e decidere il momento in cui riaprirli, ma nonostante ciò non può controllare tutto ciò che ricade nello spazio della vista. Così il corpo può scegliere alcune trame, ma può anche essere scelto. Può portare i segni e le ferite di esperienze cercate e di esperienze non cercate, che tuttavia lasciano tracce, solchi, talvolta rughe. 

 

 

4. Lo spazio nuovo che vuole esplorare la parola si configura come «terra non chiamata / invocazione senza nome / distanza da percorrere sottovoce», «incollando i palmi / alle ragioni dei vivi / prima degli occhi, al posto degli occhi», abitando «i soffitti cavi delle parole» e raccogliendo «i tempi imprecisi delle cose». Come ci puoi descrivere questo movimento?

 

La distanza da percorrere sottovoce è quella che compie lo sguardo-linguaggio alla ricerca della piccola unità di senso in cui riconoscersi, e di cui parlavo prima. Durante questo cammino si può rinunciare alla nominazione delle cose, e si può anche rinunciare (come presa di posizione di fronte a una realtà disarticolata che ferisce) a vedere, a guardare, per esplorare temporaneamente “uno spazio nuovo”. Qui, in questo spazio sospeso fuori dalla realtà, si può usare lo sguardo-linguaggio “al posto degli occhi” per vedere al di là di ciò che si vede, e cercare nuove parole per tornare a guardare il mondo reale.

 

 

5. Prima di «svegliarsi nella luce intera» appare una poesia che sembra farsi sintesi della tensione che attraversa l’intero libro: «Nella gravità delle cose / che non cadono / sostenere lo sguardo / del disastro». Di particolare rilievo il verbo “sostenere”, in grado di esprimere la natura e la posizione dello sguardo a cui rimandi. Qual è la relazione di questo testo rispetto al libro? E quale il valore del verbo “sostenere”?

 

Sostenere è un verbo che riassume molte delle scelte anche formali di questo libro. Si sostiene lo sguardo, si sostiene con le parole qualcosa in cui si crede, o in cui si vorrebbe tornare a credere; si sostiene con una fitta trama di rimandi interni e un tenue sviluppo narrativo (dal buio alla luce) l’impalcatura di questo libro. Questo testo testimonia da una parte la volontà di tornare a nominare il mondo – il disastro –, ma soprattutto la volontà di non ritenerlo altro da sé, un corpo estraneo da rimuovere, negare, allontanare. Sostenere lo sguardo del disastro significa anche riconoscersi nello sguardo dell’altro, lasciarsi attraversare dallo sguardo dell’altro, senza la paura con cui si apriva invece il libro. 

 

 

6. Il ritmo dei tuoi versi appare spezzato, sincopato da un’appercezione che tenta, a poco a poco, di manifestarsi attraverso la parola. Come si lega il farsi dello sguardo al farsi della parola?

 

Forse un libro sulla paura non poteva dispiegarsi se non con un ritmo che ne mimasse le aritmie. Non è stata una scelta voluta. Questo libro e il suo ritmo sono nati insieme. Per me funziona così. Ogni volta che nasce il nucleo di un testo-libro (è accaduto anche con Appartamenti o stanze) ha già in sé il suo ritmo, e la scrittura del libro dura finché dura quel ritmo che le è proprio. Quando quella misura, quel respiro si esaurisce, il libro si chiude. I verbi all’infinito (che dettano comandi, impongano la disciplina contro la paura), l’occultamento del soggetto in prima persona (che non riesce a distinguersi dalla realtà che vede e che immagina), la distribuzione degli accenti (il respiro breve, sincopato), le ambiguità pronominale (il problema del rapporto con l’altro)  – credo tutto partecipi di quel disegno che è Paura degli occhi, o almeno di quel disegno che ho intravisto e perseguito nella scrittura. 

 

 

 

7. In Camminare sull’acqua è come se approdassimo sulla sponda opposta del movimento evocato dal tuo libro: «Camminare sull’acqua / senza mai guardare / i passi falsi, le foglie usate / l’orizzonte appena steso / salutare la folla che acclama / e distinguere tra due rive identiche / vene vertebre vocali / sembrano tutte al loro posto / come prima, prima di cosa / prima che le separazioni / fossero festa nazionale / prima che fosse di moda / lasciare spazi tra i punti / e passeggiarci sopra / senza i tuoi occhi». Quale ruolo può avere la poesia nel milieu in cui viviamo?

 

 

Mi spiazza un po’ che tu abbia scelto proprio questa poesia per l’ultima domanda. Il testo appartiene alla prima sezione, quella in cui si intravede che la riflessione sulla natura dello sguardo e dell’esperienza nasce dal trauma di una separazione (non necessariamente contingente, ogni separazione riacuisce tutte le precedenti). Poi nelle sezioni successivi, il libro prova a superare, allargare l’orizzonte di senso di quell’esperienza per una riflessione più ampia, che mette a soqquadro il soggetto e le sue certezze. A pensarci bene però la tua scelta mi offre l’occasione di ragionare su un aspetto a cui tengo molto: io credo in generale che la poesia abbia il compito di continuare a ragionare sull’esperienza individuale nella realtà che ciascuno abita (e che è diversa dalla mia, dalla tua e da migliaia di altre a questo mondo). Mi spaventa l’idea di un milieu in cui la poesia abbia ovunque lo stesso ruolo, indipendentemente da chi si è e da dove si scrive e si opera. Preferisco pensare anche al mondo della poesia come a un mondo della dissomiglianza, dove ciascuno riarticola la sua disarmonia. L’unica “traccia di unità” che vorrei persistesse è un uso del linguaggio come uno spazio di esperienza, ricerca, crisi.

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Marco Pelliccioli