1 December 2016

Però l’amore si frantuma

Anil Alessandro Biswas ci fa leggere Joy Goswami, uno dei più importanti poeti bengalesi contemporanei

Dire poeta a Buenos Aires è diverso che dirlo a Madrid, diceva all’incirca così Borges in un’intervista, sottolineando che non è solo una questione di linguaggio.

Joy Goswami è un poeta vivente del Bengala Occidentale che è riuscito a mantenersi con la sua poesia. Ho tradotto qui di seguito due poesie che riguardano anche questo, entrambe prese dal libro Patar Poshak – La veste di foglia, pubblicato nel 1997. Ciò è stato possibile grazie anche a un certo spirito bengalese, molto assorto, un po’ malinconico e tanto pigro che ha prodotto una delle terre più povere dell’India ma anche molti poeti con cui ha sempre mantenuto un legame particolare. Va anche ricordato che c’è una tradizione di poeti del Bengala che scrivono canzoni variando dai temi più alti fino ai film di “Tollywood”, (la “Bollywood” di Calcutta, situata nel distretto di Tallygan). Lo stesso Joy Goswami ha collaborato con il cantante-compositore Kabir Sumon.

    Joy Goswami è nato nel 1954, arrivato a una certa notorietà fin dagli anni ottanta, la sua prima plaquette è del 72, Christmas o Sheeter SonnetguchhoSonetti di Natale o del Freddo, ha scritto più di venti libri, tra cui anche romanzi e raccolte di racconti, tradotto in più lingue, ha ricevuto molti riconoscimenti importanti ed è considerato una delle figure principali della poesia bengalese. Ha lasciato gli studi all’età di 16-17 anni senza mai completare le superiori, anche se ha sostenuto più volte di essere stato spronato alla poesia fin da giovanissimo da suo padre e di essere stato molto impressionato, quando alla sua morte, ha visto la madre prendersi sulle spalle tutta la famiglia nell’India degli anni 60. Molte delle figure femminili nella sua poesia sono delle lavoratrici del popolo. Faccio un esempio anche per tentare di capire come egli lavora: la donna dalla pelle scura, Hamida, che per qualche moneta porta borsa della spesa davanti alla tua casa, inverte la relazione con la figura femminile di Jibanananda Das, non più un io poetico che può oltrepassare epoche storiche pur di incontrarla, una figura che ricorda la Laura-Beatrice, ma sarà lei a venire da te, basta qualche moneta. Nonostante questa inversione che porta verso una quotidianità, lontana dai modelli europei di Das, la poesia finisce con il verso «Guarda guarda! Sotto i suoi piedi/ danzano infinite luci!» che riprende un verso di una poesia devozionale di Nazrul Islam: «Sotto i piedi della ragazza scura, vedo danzare la luce!» dove la ragazza scura rimanda a Kali, una divinità raffigurata con la pelle nera, riportando così la dimensione dell’assoluto nel particolare – tipica di molti poeti nati nella seconda metà del novecento – e quel legame tra figura femminile e divinità presente nella poesia indiana. Anche Tagore, che non si ispirava alla mitologia induista era un maestro nell’ambiguità tra lirica d’amore e lirica religiosa. 

    A questo va aggiunto un linguaggio fortemente ritmico, il puro gusto musicale si lega spesso ai modi del parlato o delle espressioni comuni, come un semplice aha che si usa per comunicare uno stato estatico di apprezzamento, verso, per esempio, un’esecuzione musicale, ma che può indicare anche un’espressione del tipo “ma no, no…”. Dico tutto questo per sottolineare che la sua poesia gioca continuamente con queste ambiguità – sembra lirica, piena di stupore, ma tanto lirica non è. È immaginifica, e tuttavia attraversata da un’ironia che ricorda alcune visioni di Apollinaire e che si rifà a una tradizione ancora vivente di menestrelli chiamati Baul, i quali, tra l’altro, hanno ispirato anche Tagore in modo molto diverso.

    Nella poesia Di sera viene la tristezza… ho tradotto “ma no, no…”, anche perché non ho trovato un equivalente. Così, anche in altre, ho dovuto fare delle scelte sperando che una certa ambiguità resti. Forse avrei dovuto usare delle note, ma preferisco che la lettura tenti di essere un’esperienza, ho deciso quindi di evitarle e dire qualcosina prima. Barthes aveva una volta affermato en passant, una nota è come una persona che citofona mentre al piano di sopra due persone fanno l’amore. 

 

 

Una veste di foglia

 

A tutti una veste di foglia

A tutti, nelle mani un flauto già pronto

A tutti un cappello, di lunga visiera –

A tutti dite, “ Vi amo anch’io”.

 

Però l’amore si frantuma,

si strappano le vesti di foglia

in tempeste piene d’acqua galleggiando

sbattendo contro rocce immerse

qualche flauto, un cappello, un po’ di foglie

 

vengono per noi messe da parte.

 

*

 

Contro la veste di foglia

 

Una cortesia appena, ho detto prima facendo un po’ il poeta: vieni

                        Amore

                    metti le mani avanti, resta in piedi!

I poeti devono pur dire così a volte,

                        altrimenti di cosa mi nutro io?

Mica per questo viene davvero? Ancora pieni gli alberi nei mesi di Maggio

                    e pensi veramente che posso portarti una veste di foglia?

                    E se per caso la mettessi

                    puoi forse immaginare tu

cosa accadrebbe?

            Si vedrebbe il corpo, le nostre piccole ossa

la gabbia del nostro torace

            e dentro la gabbia,

    non un merlo, un passero

ma una goccia della mia donna

            una particella del tuo uomo

mia moglie, e

            il viso severo, le parole rabbiose

di tuo marito, e l’andare via di casa pieno di rabbia

nulla resterebbe coperto […]

 

*

 

Pazza, con te

 

Pazza, è con te che passerò un orrore di vita,

Pazza, è con te che passerò una vita di polvere,

getteremo sabbia negli occhi di alcuni, sporcheremo le acque di altri.

Pazza, è con te che giocherò a quattro salti sulle onde.

Porteremo il subbuglio in alto, nessun corvo si poserà sulla casa

Te sbatterai le nostre stoviglie ovunque, quelle di vetro le romperò io.

Pazza, è con te che passerò una vita da spartizione fra Stati

Pazza, è con te che passerò un 42 di vita.

 

[…]

Pazza, è con te che passerò una pappa al pomodoro di vita 

Pazza, è con te che passerò una vita pane e salame

Pazza, è con te che passerò una vita analfabeta 

Pazza, è con te che passerò un due parole di vita.

 

La sera avremo la nostra lite, avremo anche i letti separati,  

settimane e settimane senza parole

di colpo ci riuniremo a mezzanotte.

Pazza, è con te che passerò una vita da scapolo

Pazza, è con te che passerò un Adamo ed Eva di vita.

 

[…]

Picchieremo con i gomiti le schiene di alcuni, ci faremo strada su altri

a forza di botte

se romperemo questo creeremo quest’altro, giocheremo ora a dieci salti sulle onde

Pazza, è con te che passerò una tempesta stanca di vita 

Pazza, è con te che passerò una vita da terrore mattutino.

 

*

 

Di sera viene la tristezza…

 

Di sera, accanto alla porta si ferma la tristezza, non si vede

il suo volto, ha preso un po’ di colori dall’ultimo sole

e se li è messi tutti addosso, il volto è scuro.

La tristezza si è fermata alla porta questa sera, è maschio,

ho teso la mano, ha fatto i pugni, pugni di ferro,

mi ha trascinato fuori dalla stanza, il suo volto 

non si vede, cammina davanti, io dietro, 

passando oltre la sera, la notte, dalla notte, dall’alba, mattine sere

ma no, no… giorni mesi acque notti alberi barche strade colline sottosopra 

inciampi, colpi veleni sospetti gelosie fosse,  

genocidi, le ossa della civiltà i cadaveri eretti, paludi erbe

superando, la propria morte, la morte dopo la morte e oltre sto andando

fra le dita scarne, ossute non ho che una penna

e nulla…

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Anil Alessandro Biswas