15 December 2015

Non so se l’impronta sia mia

Un'intervista e una poesia del giovane poeta romeno Daniel De Marin tradotta dalla rivista americana Sleipnir

Come mi sono suicidato

 

 

 

ogni giorno ricevetti una cartolina da una città europea

da parte di una persona sconosciuta, probabilmente quella persona stava girando

l’Europa e ha pensato che fosse appropriato spedirmi questi dolci ricordi

sul cui retro avrebbe scritto con la mano tremante

e in stampatello “tornerò da te presto, preparati”

suonava un po’ come una minaccia o anche un po’ come un messaggio

da uno psicopatico, così come sarebbe potuto facilmente essere qualcosa di innocuo.

 

ho provato a immaginare se sarebbe potuto essere qualcuno che conoscevo che

mi faceva scherzi e scoppiai a ridere, poi ho immaginato 

che potrebbe essere qualcuno che non conosco per il quale sarebbe stato molto difficile 

rintracciarmi, in quel periodo vivevo in un quartiere 

di periferia con innumerevoli stradine, anche il postino 

a volte le confondeva e scoppiavo a ridere, nonostante ieri abbia ricevuto

una cartolina che diceva “domani sarò dove sei tu, preparati!”

 

mentre sto elaborando questi scenari plausibili sento

il citofono, mi avvicino lentamente e chiedo chi è e una voce metallica 

mi dice senza inflessioni vocali “sono io, sei pronto?”

incredibile, mi dico, è tutto così dannatamente reale, decisamente 

non come uno scherzo, “no, mi dispiace, non sono pronto”

ho detto a quel tizio con tono duro, per dissimulare la mia paura

“domani, tornerò alla stessa ora, voglio trovarti pronto”

 

stavo tremando e mi chiedevo cosà intendesse per trovarmi pronto,

questo significa che mi aspetta qualcosa o piuttosto qualcuno,

non avevo alcuna voglia di giocare a sciarada, così ho fatto i bagagli

ho presso il primo treno e sono andato nella mia villetta segreta 

nel cuore delle montagne, entro tirando un sospiro di sollievo quando vedo 

una cartolina sul tavolo, mi irrigidisco, la giro e leggo sul retro “sii pronto,

oggi verrò da te”, impossibile, mi dico, e punto una pistola alla mia tempia.

 

 

Daniel D. Marin

 

Daniel D. Marin ha pubblicato i volumi Oră de vârf (Ora di punta, 2003; Premio per la Poesia al Festival Nazionale “Duiliu Zamfirescu”; candidato al Premio Nazionale di Poesia “Mihai Eminescu” – Opera Prima, 2004), Aşa cum a fost (Così come è stato, 2008), L-am luat deoparte şi i-am spus (L’ho preso da parte e gli ho detto, 2009, 2013; Premio “Marin Mincu”, 2010), Poeme cu ochelari (Poesie con gli occhiali, 2014; Premio Nazionale di Poesia “George Coșbuc”, 2015). È curatore del volume Poezia antiutopică. O antologie a douămiismului poetic românesc (Poesia antiutopica. Un’antologia del duemilismo poetico romeno, 2010), la prima antologia retrospettiva della più giovane generazione letteraria di Romania, conosciuta come “Generazione 2000”. Attualmente è redattore associato della rivista Zona Literară per la quale ha creato una rubrica di poesia italiana contemporanea. Vive in Sardegna, per motivi di studio. 

 

 

  

Liana Vrajitoru Andreasen: Tra le tue influenze letterarie, quali potrebbero essere le più significative? 

 

Daniel D. Marin: Mi chiedi se la mia ispirazione poetica si sia incrociata con quella di altri? Una volta, sono passato dal cenacolo che teneva Mircea Cărtărescu presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest. Era giusto l’ultimo incontro di quel cenacolo e in un certo modo “festoso”. Marius Ianuş, all’epoca il giovane poeta romeno di maggior talento, presentava il suo libro di debutto e nella sala erano presenti i “fracturiştii” che vedevo per la prima volta (fracturism is a type of poetry embracing rupture, anarchy, and rough, unpolished expression, n.ed.). Alcuni punti del loro manifesto letterario mi hanno colpito così tanto da portarmi a credere, immediatamente, che scrivo in questa maniera. Mi sbagliavo. L’essere diretti, lo shock, se sono doppiati dalla retorica, per me non hanno effetto, in quanto arrivano a chiudersi nel descrittivo e in elencazioni inaffidabili: non hanno la forza in sé o della vita dell’emittente, ma solo dell’atto sommario di puntare il dito. Vivo più intensamente se i miei personaggi vivono più intensamente. Capivo la “frattura” in modo altro che sono arrivati a praticare i fracturiştii. Tu, in qualità di scrittore, puoi imitarla, ma come personaggio no! E la frattura non è sociale o politica, ma a livello di piccole entità che popolano il nostro orizzonte interiore. Le piccole entità ingoiano le grandi. Due anni fa, in un articolo che non ho ancora pubblicato, mostravo che Ofelia Prodan, poetessa il cui debutto editoriale è avvenuto nel 2007, immagina, nei suoi libri, una sorta di mutanti tra un qualcosa del poeta e un qualcosa del lettore in grado di far scattare l’empatia, il legame diretto, immediato, senza alcuna mediazione forzata o intenzionale. Senza mettere se stessa al centro delle cose, “inscena” una propria storia nella quale i suoi personaggi, ipnotici e tangibili (anche in un immaginario collettivo), tengono il fiato sospeso, il nuovo realismo, sondato già all’inizio del 2000 (un po’ in senso sociale – un po’ politico), ottenendo una dimensione prima d’allora impensabile. L’articolo si chiama “La realtà nelle visioni e i personaggi del nuovo realismo”. Mi piacerebbe, quindi, essere ispirato, essere stato ispirato dalla realtà di alcuni poeti di questo tipo.

 

 LVA: Per quale tipo di pubblico scrivi le poesie? Ti rivolgi a un pubblico a te familiare o sconosciuto? In altre parole, sono poesie "romene" o "universali"? Provi a scrivere poesie che chiede / si aspetta il pubblico oppure vuoi sorprendere?

 

Ma come?! Il pubblico ti chiede se hai pensato a lui quando hai scritto qualcosa? E, se lo fa, indipendentemente dalla tua risposta, alla fine non resta ciò che hai scritto? Puoi essere simpatico al pubblico nella misura in cui i tuoi testi possono farlo. Altrimenti sarebbe una relazione artificiale, una falsa seduzione di breve durata. Io sono il mio primo pubblico, familiare e sconosciuto. Quando scrivo, ho accanto me stesso e allo stesso tempo sono il lettore. Se sento che ciò che scrivo mi interessa, mi coinvolge, vado avanti. Se mi addormento mentre scrivo una poesia, è chiaro che non posso scriverla, come potrei mandarla oltre, ad un altro lettore?! Mi sono chiesto quanto mi starebbe bene stare vicino al pubblico. Con il primo libro non mi sarebbe stato bene (le sue poesie possono essere lette solo in solitudine), ma a partire dal secondo credo che abbia iniziato a starmi meglio.  Dal secondo in poi, le poesie possono essere lette in pubblico. L’ex Direttore dell’Istituto di Cultura Romeno di Madrid, Horia Barna, mi ha detto che quello che ho letto nel 2009 a Madrid suona molto “naturale” in spagnolo.  È possibile, quindi, che alcune delle mie poesie possano essere paragonabili ad altre letterature, tuttavia non ho avuto occasione di verificarlo: vivo in Sardegna da solo poco tempo e posso tastare il “polso” alle mie poesie in un’altra lingua e in un altro contesto culturale.

 

 LVA: Si osserva una tendenza surrealista nelle tue poesie. Consideri che ciò ti collochi in una tradizione (ad esempio, Gabriel Garcia Marquez) oppure si tratta di un surrealismo con una caratteristica propria? I personaggi come Chibrit (Fiammifero), o il narratore di "Cum m-am sinucis" (Come mi sono suicidato) sembrano appartenere a un altro tipo di realtà. Cosa ti attrae verso questo tipo di personaggi? 

   

Ştefania Mincu parlava di un tipo di surrealismo inespressivo, nel quale “sono bandite silenziosamente dalla poesia tanto l’illusione della metafora, quanto l’illusione del distacco della cortina tra reale e testo, del tastare minimalista e cinematografico del reale - in quanto - reale”. E ancora, di una poesia che “diventa sibillina e scende negli strati di un “terrorismo” e di una catastrofe apocalittica nascosti nei gesti più piccoli, dallo stadio dell’infantilismo assoluto, perpetuato tuttavia come stadio unico dell’umanità, dove l’essenza umana è minacciata da una specie di senescenza precoce e dove incuba in silenzio la violenza e il crimine”, poiché hai citato Chibrit e Cum m-am sinucis. Sicuramente, Ştefania Mincu non faceva riferimento a queste due poesie (le ho pubblicate solo in inglese, in Romania non ancora), ma a quelle di L-am luat deoparte şi i-am spus (L’ho preso da parte e gli ho detto), il mio libro più conosciuto. Cosa potrebbe attrarmi a questo tipo di personaggi? “L’innocenza colpevole”? La dissoluzione della tranquillità, che si insinua nella realtà di ciascuno? So che non si tratta di retorica, non le ho mai dato spazio. Allo stesso tempo, sono consapevole del fatto che le impronte di realtà della mia poesia possono essere nella stessa misura immaginarie o allucinanti e come i mostri non provengono solo dall’esterno, ma anche dall’interno, dalla mitologia di ciascuno. “Il microrealismo magico”, osservato da Paul Cernat in L-am luat deoparte şi i-am spus (2009), mi avvicinerebbe, non è così?, a Gabriel Garcia Marquez. La biografia “illusoria” di Aşa cum a fost (2008), “con soste soprattutto nelle età e negli stati interiori piuttosto che in strette riletture - nostalgiche, euforiche o ansiose - di memoria” (Al. Cistelecan) mi avvicinerebbe a me stesso. E la signorina O., personaggio del mio “film” di 16 poesie, si troverebbe, così come la vedo io, su una strada interiorizzata e iniziatica, anche se apparentemente non porta da nessuna parte se non nella sua immaginazione infantile e volatile.  Di conseguenza, non so se l’impronta sia mia o dei personaggi dei miei poemi. Opterei per una loro identità.

 

 LVA: Come definiresti la poesia nel 21° secolo?

 

Ma come è stata definita prima del 21° secolo? Queste definizioni riduttive sono tuttora movimento e non si sa esattamente quale sia avanti e quale indietro. Ad ogni modo è soprattutto il ruolo dell’altro a dircelo. Ion Mureşan è dell’opinione che “la poesia è una reazione di difesa di un organismo. Quando la società è malata, proprio come quando lo è l’organismo, secerne gli anticorpi. L’esplosione della poesia a partire dal 1990 è segno che la società è malata. L’organismo sociale ha prodotto i poeti, e codesti di conseguenza hanno il ruolo di guarire, di annientare l’infezione, attraverso quello che scrivono”. Credo che ometta, ingiustamente, dall’equazione i piccoli mostri di cui parlavo che ingoiano quelli grandi. La psiche umana può divorare, credo, anche in assenza di stimoli esterni, anzi soprattutto in quel momento. Possiamo provare a isolarci, per periodi sempre più lunghi, dagli altri. Nella rapporto con me, la poesia a volte si mostra, sta per un po’ e poi va più lontano. E nei rari momenti di vicinanza, qualche volta mi permette di farla accomodare su un libro. Non pensare che abbia il naso all’insù o che sia infedele, è talmente fedele che posso farcela a resistere.

 

Intervista realizzata da Liana Vrajitoru Andreasen

Traduzione a cura di Serafina Pastore

(intervista tratta dal sito della rivista americana Sleipnir)

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