23 October 2015

Nella buccia della cultura in cui siamo cresciuti

Oggi Marco Pelliccioli intervista Maurizio Mattiuzza, vincitore del Premio InediTO Colline di Torino, sul suo libro La donna del chiosco sul Po (La Vita Felice, 2015)

Per la rubrica In bottega con intervistiamo oggi Maurizio Mattiuzza (Pfӓffikon Zurigo, 1965) riguardo la sua ultima opera: La donna del chiosco sul Po (La Vita Felice, 2015), vincitrice del Premio InediTO Colline di Torino 2014 e finalista al Premio Nazionale Mario Soldati 2014 e al Concorso Nazionale Guido Gozzano 2015.

 

Voce attiva del movimento culturale friulano già dalla seconda metà degli anni Ottanta, Maurizio Mattiuzza ha pubblicato le raccolte di poesia La cjase se l’ôr (1977), L’inutile necessità(t) (KV, 2004) e il volume Gli alberi di Argan (La Vita Felice, 2011). Lavora da anni come spoken poet e paroliere accanto a Lino Straulino, con il quale ha realizzato l’album “Tiere nere” e diverse altre canzoni. Assieme al cantautore Renzo Stefanutti ha scritto una delle canzoni finalista alla sezione musica d’autore del Festival di Poesia di Genova. È vincitore del Premio nazionale Laurentum 2009 per poesia inedita in lingua italiana e del premio Città di Ceggia. È uno degli autori selezionati al premio Alda Merini 2013. Conta traduzioni in inglese, sloveno, greco e altre lingue europee e partecipazioni a diversi festival internazionali di letteratura. 

 

 

M.P. La donna del chiosco sul Po si apre con una poesia che rimanda a un mutamento storico, politico, antropologico che sta per avvenire e di cui né «la donna che vendeva angurie», né l'autore-bambino, né forse alcuno, è in grado di immaginare la portata («lei, come me, allora non poteva / non riusciva a immaginarsi / portata via / da una piena più larga / di quella del Po»).

Perché hai avvertito la necessità («Devo decidermi dico») di tornare lì? Da cosa siamo stati travolti? E infine, quale «urto», quali «approdi» hai temuto di perdere con questo movimento? 

 

M.M. E’ una necessità che deriva in primo luogo, per me, dall’osservazione del presente, da una necessità di narrare uno spaesamento che mi pare attanagli tre generazioni. La mia, quella che mi precede e il contemporaneo. Là dove la donna del chiosco sul Po, sognando di mettere i propri figli in salvo nell’industria, vedeva una possibilità di rifugio, oggi noi, a guardar bene infatti, spesso constatiamo l’esito di un crollo, la fine di un modo di pensarsi società. Sono tornato a quella piccola baracca sul Po, così simile a quei banchi di vendita delle angurie che vedevo fino a quindici anni fa anche qui nella mia città, perché lì, nelle parole di questa donna, pronunciate davvero attorno al 1970 e che immagino simili a quelle di chissà quanti altri in quel periodo, io credo ci fosse, per dirla con Max Weber, il “tipo ideale” di una speranza. Allora, forse per la prima volta, dopo secoli di lavoro nei campi, due guerre mondiali e un’alluvione, qualcosa pareva solidificarsi in un sistema di relazioni economiche stabili. Difficili certo, lo si capisce, spero, nel testo, dalla figura degli operai in sciopero, ma comunque aggregate, definite. Relazioni nelle quali brillava la stella polare del posto in fabbrica, quel suo essere, sì terreno di confronto politico, ma pure sicurezza. Una sicurezza che la crisi della turbo economia ha trasformato in precarietà. Se, come credo e mi chiedi anche tu, siamo stati travolti da qualcosa, allora quel qualcosa a me pare somigli a una piena della storia. Per capirne l’esito, il risultato, forse, dunque, non c’è che immaginarsi come un legno alla deriva nel fiume dei giorni, perdere approdi appunto.       

 

 

M.P. Come «gli stivali in gomma» della «donna che vendeva angurie», «i piselli che dormono dentro le bucce», la «parola» a cui ti appelli risiede in un «posto» protetto («un orto al quale giunge sempre acqua»), un luogo che sembra proteggersi dalla provvisorietà delle cose e degli affetti («tra tutti i verbi,  dicevi, / alla fine è proprio questo, sai, / tagliare / quello più difficile / da coniugare», «ha tagliato / il ramo di cui ero innamorato»). Come possiamo leggere questa contrapposizione tra la sede intima della parola, delle cose, degli affetti e la loro caducità?

 

M.M. La parola vera, quella che ci appartiene intimamente sta, io credo, nella buccia della cultura in cui siamo cresciuti. E’racchiusa lì; sta a noi metterla a dimora, farne frutto per il futuro. Gli affetti, così come gli amori, sono la nostra radice nel mondo, una radice spesso precaria, soggetta al fato, ma che, ce ne da esempio la grande tradizione popolare, si sostanzia nel tempo proprio attraverso la parola e il canto. La contrapposizione di cui parli, e ti ringrazio per la domanda, è quindi materia prima di un patrimonio di canzoni e di storie lungo secoli a cui io guardo spesso quando scrivo. Riguardo a questa ricorrenza che ha il libro rispetto al verbo tagliare penso derivi dal mio vissuto. Dall’essere uno che, fin da ragazzo, ha cambiato casa e visto segare rami e potare alberi di certo con sapienza e rispetto, ma anche con quel tanto di necessaria fatalità che era il portato evidente della civiltà contadina. Una cosa che ti conquista subito alla dimensione adulta, a quel dover recidere che, per quanto doloroso, a volte è l’unica possibilità di sopravvivenza per un albero e, per traslato, pure per noi.             

 

 

M.P. In Qualcosa del Sud, Caffè di casa, Lis cjasis di Sesto e di Milan, Piccola canzone per MargheraGli alberi di Argan, attraverso la memoria vengono riattivati una serie di ricordi che sembrano mettere a fuoco le nostre radici e la nostra identità. Quanto credi sia importante un movimento simile per una lettura più consapevole dei fenomeni attuali?

 

M.M. A me pare fondamentale. Identità è una parola complessa, difficile, a volte pure pericolosa,  ma a non farci i conti fino in fondo si corrono dei rischi. In primis quello di lasciarla a chi ne fa un muro, una chiusura, quando invece, mi pare, siamo proprio in presenza del contrario. Potrei dirti io sono friulano, certo; ma pure trentino. A scendere giù ancora lungo la storia della mia famiglia anche sloveno e tirolese, forse un po’ sardo. Vengo da una famiglia emigrata a Zurigo che poi ha scelto di tornare vicino a Udine, nella terra di mio padre e alla sua, e oggi mia, lingua madre. Una lingua che è frutto di tante contaminazioni e nel suo esserlo è il trait d’union, il filo intimo tra migliaia di persone che la diaspora friulana ha sparso in tutto il mondo. Questa materia viva, fatta di memoria e parole in viaggio, che poi è la storia anche di tanti altri luoghi in Italia, a me pare un antidoto straordinario a tante paure contemporanee. Un modo per dirci in faccia la verità; una verità che è fatta di incontri e contaminazioni, di  migrazioni capaci di consolidare una cultura policroma davvero affascinante. Poi, soprattutto in Piccola Canzone per Marghera o Lis Cjasis di Sesto e di Milan, c’è questo tema, per me centrale, del prezzo che si paga alla necessità di rimaner vivi, di avere un reddito, stando dentro al sistema della produzione industriale. Narrare le storie che si sono generate lì, nella fabbrica, lungo le rotte dell’emigrazione, anche italiana, degli anni ’70 e che si ripetono e ripercuotono oggi, rappresenta ai miei occhi, oltre che una necessità civile, volti e mani di persone che ho conosciuto, gioie e lacrime che ho visto.                

 

 

M.P. Se da una parte la memoria sembra avere una funzione civile, dall'altra appare uno strumento che tenta di metabolizzare un sofferto sentimento del distacco, nei confronti di un'infanzia perduta e di un amore passato (per esempio, I ricami del tempo). Credi che la rilettura del passato possa valere solo come fuga o come tentativo di comprensione di sé, dell'altro e del passato stesso?

 

M.M. La rilettura del passato, soprattutto prossimo, quello della  donna del chiosco sul Po per intenderci, a me pare uno strumento necessario a capire il presente. Nel mio lavoro, almeno come intento, anche quando guarda indietro, non c’è fuga dal presente, solo la misura di una distanza; un dirsi “ecco, vedi, siamo arrivati qui”, senza scordare da dove siamo partiti. Io la vivo come una forma di rispetto verso chi mi ha preceduto. E’ il rapporto con una generazione, quella dei miei nonni e poi dei miei genitori. Gente che ha sofferto e lottato per costruire questo paese, per darci diritti e che nel farlo forse ha pure trascurato alcune cose, ma di certo mi ha insegnato la dignità della fatica, il bisogno d’essere protagonisti della nostra vita.      

 

 

M.P. Lungo il libro compaiono una serie di personaggi. Alcuni, come La maestra di via Frigerio e Sisile, sembrano insegnarci qualcosa. Altri, come La dattilografa del terzo piano, ci ammoniscono rispetto alle possibilità mancate della vita. Altri ancora, come Duŝan Alifasa Ifkoviĉ, nel rovesciarsi nella terra fuoriuscita dai vasi rotti, vogliono mostrarci la loro umana imperfezione e il loro tenero imbarazzo. Come ci puoi commentare questi diversi ruoli? Quale rapporto intrattengono con te e quale relazione pensi possano intrecciare con il lettore? 

 

M.M. E’ un po’ quello che dicevo prima. Sono contento tu abbia colto “l’umana imperfezione” dei personaggi del libro. E’  la chiave con cui ho scelto di narrarli, ma soprattutto il risultato di un’osservazione della realtà. A me interessa questo approccio, come definirlo,  delicato,  con le difficoltà che immagino abbia quasi ogni  vita. Fin da ragazzo mi sono sempre sentito una specie di alleato di quelli che, per loro evidente e troppo fragile umanità, oppure per qualche calcolo errato,  finiscono ai margini del mondo che corre e produce oggetti da consumare. Gente che viveva e ancora oggi vive, con sua certa grande eleganza, fuori dalle rotte comuni e che s’è ritrovata a fare i conti con un passato sì piccolo, ma pure altamente glorioso. E’ così per Edi Sisile, il calciatore che  manca il grande giro solo perché è troppo magro. Per la dattilografa del terzo piano, bravissima in ufficio , ma anche  bella e austera, innamorata mai dichiarata del suo principale, che una volta in pensione non ha più una dote evidente a cui aggrapparsi e invecchia in solitudine o per la maestra nubile e i suoi libri, il suo giardino di città. Attraverso queste figure io spero di poter intrecciare col lettore la relazione di uno sguardo in  comune, di poter far dire, anche una volta sola, magari riferito al tipo strano che anche lui si trova accanto  “ecco, vedi, non ci avevo mai pensato potesse avere dentro questo. Che venisse da una storia così”. Nel caso di Alifasa Ifkovič, della sua vicenda, veramente accaduta, in quella terra nera che lui, operaio bosniaco si rovesciò addosso nella casa zurighese dei miei genitori oltre trent’anni fa, io spero di mostrare, attraverso la poesia, come a volte un futuro terribile come quello di una guerra che verrà, ci si presenti attraverso una sorta di presentimento nascosto dentro a un avvenimento apparentemente minimo.  Oltre il limite dato dai nostri sensi c’è un mondo da esplorare con l’intuito e la memoria, uno spazio tutto emotivo pronto a divenire  materia letteraria, ma anche pratica del sensibile, visione del futuro.            

 

M.P. In Neu Ost Berlin e Per il cielo di Atene la crisi della geografia antropologica dei luoghi viene posta al centro del testo. Perché hai avvertito la necessità di raccontarla?

 

M.M. Perché mi sono parsi, entrambi, due luoghi paradigmatici. La nuova Berlino, così diversa da quella del muro e da quella di Kreuzberg e Atene. Due capitali che la finanza mondiale ha messo sulla riva opposta di quel fiume della storia che ha spazzato via le speranze della donna del chiosco sul Po, ma anche due città, più Atene debbo dire, a cui mi sento molto legato.      

 

 

M.P. Veniamo alla lingua. Nel libro compaiono testi in italiano, friulano, sloveno, greco e dialetto della Valsugana. Come ci puoi motivare questa scelta polilinguistica?

 

M.M. Escluso il greco, che comunque amo molto, queste lingue, l’idioma della Valsugana, sono la storia della mia famiglia, della mia vita. Ma non è tutto qui ovviamente. C’è una questione più larga, che chiama in causa un rapporto che potremmo definire di potere, una dinamica storica e culturale che ha tentato di far retrocedere il friulano a lingua del ricordo e del folclore. Una dinamica a cui una certa parte della scena culturale e della società friulana fa fronte con coraggio e inventiva da decenni. Questa risposta, la necessità di dire al mondo che noi che parliamo friulano lo facciamo da mille anni e intendiamo continuare a farlo rispettando tutti, di testimoniare ai miei concittadini che con questa lingua possiamo sondare sia l’anima che le costellazioni, mi ha rapito negli anni ’80 e non mi ha lasciato più.  Da quel momento in poi ho camminato sempre dentro a una sorta di movimento culturale che aveva e ha un ambizione pratica e dunque, nel senso più nobile del termine, pure politica. Essere consapevolmente parte di una minoranza può essere una chiave straordinaria per capirne altre, anche non necessariamente linguistiche, federa delle diversità. Oltre a ciò debbo anche dire che la lingua friulana e il dialetto della Valsugana contengono una carica semantica davvero esplosiva. Siamo in presenza di suoni, parole e proverbi, che suonano e dicono; di un materiale, che a guardarlo bene, ha davvero qualcosa di miracoloso. Riguardo allo sloveno, che io purtroppo non parlo, ma è una delle lingue madri di mio padre, ciò che appare in questo libro è il frutto della scelta spontanea della grande traduttrice Jolka Milič di mettersi a lavorare sui miei testi. Una cosa di cui io, all’inizio, non sapevo nulla e che a me pare uno dei regali più belli che mi siano stati fatti da quando scrivo. Le altre traduzioni, delle quali sono parimenti felice, le hanno curate invece il poeta asturiano Martìn Lopez Vega e Massimiliano Damaggio, un autore italiano che vive ad Atene

 

 

 

M.P. Quale ruolo pensi possa avere la poesia nel "milieu" in cui viviamo? 

 

M.M. Domanda molto difficile. Potrei, senza giocarci sopra, dirti nessuno e nello stesso momento centrale, capitale. Dipende dalla poesia, da quello che prova a dire, da come lo dice e dalla lingua poetica che usa. Se è fuga in una bellezza comprensibile a pochi, la risposta io credo si dia da sola.  Non è una questione di valore o bravura, ma di quello che tu nella tua domanda chiami ruolo. Qualcosa che poi, forse, chiama in causa anche l’abito e l’ambito di chi la poesia la scrive. A me pare che, se ci si interessa al ruolo della poesia, sia sempre più necessaria una dimensione “diffusiva”.  Un portarsi in giro i versi in una sorta di prova dello scambio. Uno stare sopra al palco di un reading come si starebbe a cavallo di quella faglia che spesso divide la poesia dalla troppa gente che purtroppo non la legge. Una faglia che andrebbe chiusa. Se la cosa funziona, avvicina o stupisce chi ascolta, allora la poesia ha un ruolo, altrimenti c’è fatica. Io la vedo così. 

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Marco Pelliccioli