29 January 2018

A Milano con Antonia Arslan e la bellezza ferita della poesia armena

Alessandro Rivali dialoga con la scrittrice per presentare l'antologia, pubblichiamo un testo di Rupen Sevag

Giovedì 1 febbraio alle 18.30 presso il Centro Culturale di Milano (Largo Corsia dei Servi, 4) si presenta il libro “Benedici questa croce di spighe…”  - Antologia di scrittori armeni vittime del genocidio. Antonia Arslan, che firma anche una bella introduzione al volume, converserà con Alessandro Rivali. A seguire sarà proiettato del filmato Paesaggio Armeno di Pietro Ingrao. Seguono lettura dall’antologia a cura dei poeti Daniele Gigli, Tommaso Di Dio e Massimiliano Mandorlo.

 

IL LIBRO

«Come una folgore improvvisa che taglia in due un paesaggio, come un terremoto inaspettato che apre voragini e scuote ogni cosa costruita dall’uomo, cosi siamo abituati a immaginare l’inizio del genocidio degli armeni, quella notte del 24 aprile 1915, quando furono arrestati uno dopo l’altro nella capitale Costantinopoli i principali esponenti della comunità armena nell’impero ottomano. Le ombre degli scrittori assassinati sono riemerse un poco alla volta: sono diventati personaggi reali, protagonisti del racconto infinito di quella tragedia incombente che venne realizzata giorno dopo giorno, con l’astuzia di tenere i prigionieri all’oscuro del loro destino. In questo libro per la prima volta in Italia sono raccolte le loro voci, assai differenti fra loro, come e giusto che sia: diverse sono le date e i luoghi di nascita, la provenienza famigliare, i loro studi, vocazioni e carriere: poeti e scrittori di romanzi e novelle, giornalisti, medici, farmacisti, uomini di chiesa, uomini politici. C’è di tutto, ma unico è l’amore per una patria divisa, drammaticamente minacciata, con forti differenze sociali al suo interno, eppure unita da un maestoso, articolatissimo linguaggio dalle antiche radici indoeuropee, da un alfabeto unico e originale e da una superba tradizione culturale, che si sviluppa con grande ricchezza a partire dal quarto secolo d.C.»

 

I cigni

 

E' notte silenziosa, notte calma d’estate,

il buio ha avvolto interamente il cielo;

da lontano alcune luci soltanto

gocciolano la loro neve lentamente.

Nessun sussurro. Il silenzio vibra

nell’infinita, sconfinata ampiezza dell’aria

e, come occhi rapidamente dischiusi, sulla riva

brilla la luce della città lontana.

Nelle alte, buie onde, l’ombra

del Giura dorme silente

più in su, gigantesca e sprezzante,

la fiera fronte di madreperla delle Alpi.

Nella secolare culla delle due candide,

brillanti catene, sdraiato e discinto,

bello come le sublimi fate dei monti

dorme l’anima azzurra del Lemano.

La notte è silente, il lago è triste. Da lontano

belli, come i raggi e le schiume,

sul pelo dell’acqua dormiente, lievemente

due cigni scivolano silenti, solinghi.

Il loro corpo è delicato, bello,

le ali d’argento, le chiome di neve;

ed il loro marmoreo collo, slanciato

come le colonne d’un tempio di sogno.

Si avvicinano fra loro, lievemente,

ed i loro becchi si toccano subito,

come nessun labbro s’è mai

avvicinato con amore ad un altro labbro.

Ed innalzano le loro ali di neve,

avvinghiano i loro colli verso il cielo,

con tanto amore come due braccia devote,

non si sono mai intrecciate.

Da lontano brilla la luce dei villaggi,

in alto l’ombra del Giura, lontano,

più in alto le Alpi tutte intere

e più su ancora testimone il cielo...

In basso sull’acqua tristemente dormiente,

colmi della coscienza d’un debito sublime,

bocca a bocca, il collo al collo, senza parole

i cigni stanno silenti, pietrificati...

 

Rupen Sevag

Da Il libro d’amore (trad. G.Z.)

 
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