13 September 2018

L'elemento fossile della poesia

Marco Pelliccioli ha intervistato Agostino Cornali sulla sua silloge inclusa nel XIII Quaderno di poesia italiana contemporanea di Marcos y Marcos

In bottega con... Agostino Cornali

 

 

Per la rubrica In bottega con..., intervistiamo oggi Agostino Cornali (Milano, 1983) riguardo la sua opera: Camera dei confini, pubblicata nel XIII Quaderno di poesia italiana contemporanea (Marcos y Marcos, 2017).

 

Agostino Cornali è laureato in lettere classiche all’Università degli Studi di Milano con una tesi sul poeta latino Draconzio. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima raccolta, Questo spazio può essere nostro (LietoColle). Alcuni suoi testi sono apparsi su riviste cartacee (Le voci della luna, Atelier), nell’antologia Post ‘900, lirici e narrativi (Giuliano Ladolfi Editore), e su blog e siti letterari (La poesia e lo spirito, Poetarumsilva, Imperfetta ellisse, Atelier, Nuovi argomenti).

Dal 2016 è entrato in ruolo come docente di lettere.

 

 

M.P. Camera dei confini manifesta una continua e ininterrotta relazione con i luoghi, «il tempo fatto territorio» (per riprendere la definizione di Niccolò Scaffai nella nota introduttiva del Quaderno).  Luoghi evocati attraverso un racconto che affonda le sue radici a volte nella Storia (più o meno nota), a volte nel mito e nella leggenda (il drago Tarantasio, il fantasma del giovane Moroello) oppure nella fiaba (le streghe, il cavro beslo), con elementi («elmi chiodati / baionette, barattoli di latta»; «il corpo fatto a pezzi di Ambrogio Vismara»; «miseri monconi martoriati») che ne testimoniano la residualità.

Da cosa nasce questa relazione con i luoghi?

 

A.C. I luoghi sollecitano una risposta alla domanda: “Qual è il nostro rapporto con lo spazio che ci circonda?”. Da quando ho letto per la prima volta l’Infinito di Leopardi ho cominciato a coltivare l’idea che il mio rapporto con i luoghi sia nato e continui a mantenersi sotto il segno della delusione. Dopo aver letto l’idillio ho subito pensato che io, al posto del poeta, invece di naufragare tra gli spazi infiniti al di là della siepe, sarei riuscito soltanto a pensare alla mediocrità di quelli situati al di qua del confine, nei quali sono costretto a vivere come un condannato dentro una prigione-fortezza medievale. La mia poesia non intende mostrare un “varco” o una “via di fuga”, è piuttosto un continuo interrogarsi sul rapporto tra realtà e immaginazione, passato e presente, e sul valore della conoscenza.

 

 

M.P. I testi sembrano il risultato da una parte dell’esperienza autentica e diretta dell’autore sui luoghi, dall’altra di un lavoro di ricerca sulle fonti.

Come si articola la composizione dei testi?

 

A.C. Per evadere dalla prigione-fortezza potrebbe essere sufficiente comprendere che la realtà dei luoghi non è soltanto quella che subito ci appare quando li visitiamo. In molti miei testi provo a ricostruire almeno parzialmente la storia dei luoghi come per riscattarli, restituendo loro una profondità tridimensionale che a un visitatore distratto sfuggirebbe. Di solito parto da un toponimo, da una leggenda, da un monumento che mi ha colpito e quando torno a casa comincio a raccogliere informazioni, incrociando e spesso sovrapponendo la mia singola esperienza con la storia millenaria. Questa sovrapposizione si riflette nel mio linguaggio, quando a citazioni o stilemi della tradizione letteraria accosto elementi lessicali o strutture sintattiche più piani e più vicini alla nostra lingua di tutti i giorni.

 

 

 

M.P. Attraverso la rievocazione dei luoghi, il racconto del passato finisce, a volte, per intrecciarsi con il presente, ponendone in rilievo il degrado o la trasformazione («Adesso attraversiamo gallerie, sottopassaggi, tunnel»; «i quattro quadranti contano gli anni / persi a fissare il sole sopra i vetri / delle Etihad Towers / e dei grattacieli sulla Quinta strada»; «Ma sul lato sud, dove scaricava / il cubicolo igienico d’emergenza / usato dai soldati impegnati nella ronda,/ l’acqua è risalita/ ha formato uno strato verdastro di melma / sul quale galleggiano rifiuti, ferraglia, scatolame»).

Cosa puoi dirci a riguardo?

 

A.C. La forma attuale di un luogo è ovviamente il risultato di un’opera di stratificazione molto complessa, nella quale le forze dell’uomo e quelle della natura hanno agito in armonia o in conflitto tra loro. La mia poesia cerca di recuperare gli strati nascosti “dietro il paesaggio” sprofondando nel passato, in una sorta di catabasi accompagnata da domande di senso che si fanno pressanti: perché non mi basta una visione, per così dire, superficiale? Fino a quale livello di profondità devo scavare per ritenermi soddisfatto? Quella che ottengo non è soltanto erudizione fine a sé stessa? Non rischio di allontanarmi troppo dal presente, dagli affetti, dalle responsabilità? La catabasi non è un viaggio comodo e indolore, mi mette di fronte al senso di colpa, al lato oscuro dei miei desideri. Questa interrogazione continua è parte integrante della mia poetica e ciò spiega l’abbondanza di note esplicative e un po’ pedanti che accompagnano i miei testi. 

 

 

M.P. Come evidenzia Niccolò Scaffai, la pietra diventa simbolo e forma del tempo evocato nel racconto di ogni testo. Da una parte la pietra grezza dei paesaggi, dall’altra la pietra lavorata delle architetture. Cosa rappresenta questo simbolo?

 

A.C. La pietra è il supporto durevole delle iscrizioni che aspirano ad essere “monumentum”, parola autorevole proprio in quanto capace di resistere allo scorrere distruttivo del tempo. La pietra, come notava Scaffai, è però anche il materiale lavorato delle architetture, ed è quindi cangiante, modellabile, reca in sé le tracce di una trasformazione continua - anche la “pietra grezza dei paesaggi”, del resto, viene lavorata dalle forze esogene della natura. Nei miei testi appare soprattutto come materiale di costruzione delle fortificazioni, edifici che hanno la duplice e contraddittoria funzione di proteggere e imprigionare chi li occupa.

 

 

M.P. Altro elemento ricorrente, se non onnipresente, è l’acqua; da una parte l’acqua che scorre («il corso antico del fiume»; «un ansimare di sorgente»; «la corrente del Serio»), dall’altra l’acqua che stagna («l’acqua delle marcite»; «uno strato verdastro di melma»; o addirittura, «i canali in secca»). Cosa puoi dirci a riguardo?

 

 

A.C. Anche l’acqua ha un significato duplice e contraddittorio: da un lato è l’elemento rigenerante, salvifico, battesimale, come la manzoniana voce dell’Adda; dall’altro può essere l’elemento che confonde, rimescola, non concede punti di riferimento né spaziali né temporali e ricorda il caos primigenio. Ecco allora l’acqua torbida, melmosa, sulla superficie della quale appaiono i relitti del passato, oppure l’acqua delle alluvioni che distrugge i ponti faticosamente costruiti dall’uomo.

Devo confessare che questa caratterizzazione così inquietante dell’elemento acquatico è probabilmente legata anche al fatto che non ho mai imparato a nuotare.

 

 

 

 

M.P. Altro elemento ancora è l’elemento fossile, residuo, sopravvissuto all’erosione del tempo, verso il quale si manifesta una tensione, un desiderio («Nei giorni di pioggia / rinasce il desiderio [...] di tornare al nostro destino fossile, corallino»).

Cosa anima questo desiderio?

 

A.C. L’elemento fossile è non solo la testimonianza di una vittoria sul “tempo divoratore”, ma è soprattutto qualcosa che appare come pura presenza e che quindi esaurisce nel suo stesso esistere il suo ruolo nel mondo. È oggetto consumato, che ha già svolto la sua funzione. Appartiene a un altro mondo, non scatena la brama di possesso, adesso lo circonda soltanto una calma pacificata. Paradossalmente è proprio questo che lo rende desiderabile: ora non sono più obbligato a desiderarlo.

 

 

M.P. Come si legge nelle note, «le immagini che si susseguono nel testo [Valmarina, la tua insonnia] esprimono in chiave allegorica una dichiarazione di poetica».

Cosa puoi dirci a riguardo? 

 

A.C. In quel testo, a livello di immagini, c’è quasi tutta la mia poesia: la scrittura in versi come sussurro talvolta un po’ autistico che attraversa i secoli, la sovrapposizione di presente e passato, la solitudine del poeta. Ricordo di averla scritta in un periodo in cui ascoltavo spesso “Satellite of love” di Lou Reed ed è in polemica con certe forme di spettacolarizzazione della poesia che mi sono sempre sembrate aberranti. 

 

 

M.P. I testi che aprono e chiudono libro (dedicati, il primo a Said, il secondo al nonno) ci parlano di una scomparsa, di un’assenza, ci parlano della morte e, al tempo stesso, del desiderio di ricongiungersi alla figura assente attraverso la rievocazione dei luoghi, del tempo («Quella forma eterna dell’acqua […] / niente, più niente adesso la separa / dalle tue labbra»).

Sembra dunque esserci una tensione affettiva («se possiamo amarli, dicevi / allora possiamo amarli») che lega ogni testo al suo luogo («Questa gente condivide il mio sangue»).

Che relazione affettiva intercorre tra l’assenza, il tempo e i luoghi?

 

A.C. I luoghi, come ogni cosa che appare davanti ai nostri occhi, testimoniano un’assenza per il semplice fatto di essere ciò che sono e non altro. Qualcuno mi ha fatto notare che nei miei testi la presenza umana è ridotta al minimo: ci sono mostri, esseri mitologici, angeli, fantasmi, ma è quasi inesistente l’umano, soprattutto nella sua dimensione corporea. La parola “corpo” viene impiegata solo tre volte e in un caso è un corpo allegorico e preda dell’affanno, in un altro è un corpo morto, nell’ultimo è un corpo smembrato, fatto a pezzi. Forse un nodo cruciale è proprio questo, il rapporto tra corpo e desiderio, tra corpo che dovrebbe rappresentare un oggetto di desiderio ma è condannato a portare su di sé, come tutti i luoghi, il segno di un’assenza. Pirandello nel saggio “L’umorismo” sosteneva che talvolta può essere una tortura possedere un corpo fissato in fattezze immutabili e Truffaut deplorava la sfortuna di essersi incarnato in un corpo solo, circostanza che gli rendeva impossibile soddisfare pienamente i suoi inesauribili appetiti sessuali.

 

 

M.P.  Una tensione affettiva accompagnata da una tensione dialettica tra un luogo (la camera) delimitato da un perimetro (i confini), un qui e un altrove, tra interno/esterno,  tra il «metro d’asfalto» in cui è inchiodato Said e un luogo «mai visto», solo «sentito» («Dopo cena arrivavano notizie/da oltre il confine […] noi restavamo asserragliati in cucina»).

Come è nato il titolo del libro?

 

A.C. Il confine è un segno che delimita uno spazio, ma così facendo stabilisce anche l’esistenza di un altrove, di un territorio che sfugge, si allontana. Leopardi stesso aveva usato la parola confine (celeste confine) al posto di ultimo orizzonte, nel terzo verso di una prima versione dell’Infinito.

“Camera” è invece lo spazio chiuso, delimitato, raccolto come quello del “Kammerspiel”, o anche angosciante come quello delle camere a gas. La camera oscura è tuttavia anche lo spazio dove prende forma la visione e la fotocamera è lo strumento che ci permette di coglierla e fissarla.

Questa concentrazione di significati figurati può nascondere il fatto che “Camera dei confini” è anche il nome delle istituzioni che la Repubblica di Venezia creò tra il XVI e il XVII secolo per controllare le frontiere dei suoi possedimenti territoriali. Bergamo, la mia città, era l’ultimo baluardo orientale dello “stato da terra” veneziano e sorgeva a poca distanza dal confine con il Ducato di Milano. Per questo la Serenissima decise di fortificarla con una possente cinta muraria e di istituire anche qui, nel 1605, una “Camera dei confini”.

 

 

 

M.P. Quale ruolo può avere la poesia nel “milieu” in cui viviamo?

 

A.C. È ormai da decenni che la poesia italiana viene data per morta, ma forse né Montale quando scriveva il discorso del Nobel né i poeti invitati al festival di Castelporziano avrebbero mai immaginato che dopo quasi mezzo secolo la produzione poetica del nostro Paese sarebbe stata ancora tanto massiccia e tanto varia. Certo, nel dibattito culturale e sui media le opere poetiche non hanno ancora la visibilità che meritano e i poeti continuano a rimanere, per usare un’immagine che Guido Mazzoni ha ripreso da Walter Siti, come quegli scalpellini medievali che decoravano con statue e guglie i tetti delle cattedrali gotiche, consapevoli che il risultato dei loro sforzi sarebbe stato ammirato soltanto dall’occhio di Dio. Nonostante ciò, è indubbio che da qualche anno la poesia italiana, soprattutto quella delle ultime generazioni, stia attraversando una fase di fioritura. Questa vitalità è senza dubbio un dato positivo, ma c’è il rischio che in mezzo a tanto fermento trovi una certa legittimazione il dilettantismo e che la poesia si arrenda troppo facilmente ai meccanismi del marketing e della spettacolarizzazione narcisistica. Non so se la poesia debba avere un “ruolo”, ma penso che debba sempre mantenere, come del resto ogni altra forma d’arte, una carica eversiva nei confronti dello status quo.

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Marco Pelliccioli