23 February 2016

Le domande che attraversano "Il numero dei vivi"

Intervistato da Marco Pelliccioli, Massimo Gezzi analizza le questioni fondamentali del suo libro edito da Donzelli

In bottega con... Massimo Gezzi

 

 

Per la rubrica In bottega con..., intervistiamo oggi Massimo Gezzi riguardo la sua ultima opera: Il numero dei vivi (Donzelli, 2015).

 

Massimo Gezzi (1976) ha pubblicato i libri di poesia Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004), L’attimo dopo (luca sossella editore, 2009, Premi Metauro e Premio Marazza Giovani) e Il numero dei vivi (Donzelli Editore, 2015, Premio Carducci, Premio Tirinnanzi e Premio svizzero di letteratura 2016) più la plaquette trilingue In altre forme/En d’autres formes/In andere Formen, con traduzioni in francese di Mathilde Vischer e in tedesco di Jacqueline Aerne (Transeuropa, 2011). Ha curato l’edizione commentata del Diario del ’71 e del ’72 di Eugenio Montale (Mondadori, 2010) e l’Oscar Poesie 1975-2012 di Franco Buffoni (Mondadori, 2012). In Tra le pagine e il mondo (Italic Pequod, 2015) ha raccolto dieci anni di interviste ai poeti e recensioni a libri di poesia. Vive a Lugano, dove insegna italiano presso il Liceo 1. Il suo sito è www.massimogezzi.it

 

 

M.P. Il numero dei vivi sembra proporre, dal principio, una questione fenomenologica legata all’essere-nel-mondo, tramite un’istanza narrante posta nel manifestarsi dell’evento: né «dopo-adesso», né «dopo-prima»; «durante».

Un movimento atto a difendere «questo nulla che non smette di essere», volto a difendere lo zero come condizione primaria per aggiungere uno.

In cosa consiste «questo nulla che non smette di essere»?

Per quale motivo credi sia necessario difenderlo?

 

M.G. Il «nulla che non smette di essere» siamo noi tutti, noi vivi. Se in questo libro lo sguardo di chi dice io mi sembra cambiato rispetto al precedente (L’attimo dopo), tuttavia non mi pare mutata una consapevolezza di fondo: quella che l’esistenza, cioè, sia un fenomeno passeggero e tutto sommato effimero. Se la proiettiamo sullo sfondo del tempo profondo, i confini dell’esistenza di ciascuno di noi perdono di nettezza, si confondono con il nulla, appunto. Tuttavia, lo scatto etico che per ragioni biografiche e intellettuali ho sentito in me, e che credo si rifletta in ciò che scrivo, riguarda proprio la necessità e il dovere di prendersi cura di questo nulla, che è tutto ciò che abbiamo. L’ostinato «nulla che non smette di essere» va dunque difeso e, se non accettiamo sfondi metafisici o escatologici rassicuranti, il nostro compito di viventi è quello di trovargli un senso, una prospettiva e una direzione, con l’importante corollario che per me l’unica dimensione reale e ammissibile è quella terrena e storica.

 

 

M.P. Nell’intreccio di possibili storie, eventi, corpi, nella manifestazione, esplorazione della materia stratificata, della Natura (i noccioli di albicocca, le foglie cadenti), nell’appercezione di eventi gravitanti attorno a un fatto (Sei minuti del 18 ottobre 2011), condensati nel “punctum” di Otto fotografie su una bacheca («ognuno irripetibile e nel suo breve / splendore indimenticabile / dimenticato»),  anaforizzati tra le azioni accidentali di esistenze fluttuanti («scene» descritte come  «uniche»), nella durata di questi eventi spazio-temporali, lo zero diviene uno.

Perché credi che la dimensione della durata consenta un’appercezione del fenomeno tale da difendere lo zero e aprire verso l'uno?

Come ci puoi descrivere questo movimento?

 

M.G. Non sono certo di saper rispondere, ma ci provo, schivando però le implicazioni leibniziane o kantiane della domanda. 

La durata inscrive in effetti quel «nulla» di cui dicevamo in una dimensione temporale e spaziale, e in fondo diventare uno significa proprio questo: abitare uno spazio e un tempo, accorgersi degli altri, tornare a operare con loro e per loro. Non c’è dubbio che per me questa necessità sia derivata da un’esperienza personale, forse potremmo anche dire da un’appercezione: nel giro di qualche mese sono diventato contemporaneamente padre e insegnante, e questi due eventi (l’uno quanto l’altro) hanno rappresentato una violenta sferzata contro lo sguardo immobile e disincantato che il libro precedente mi sembrava gettare sul reale. Ho cominciato cioè a sentire che le domande che il mondo e gli altri mi ponevano eccedevano le risposte che sin lì mi ero dato. La risposta del nulla, la consapevolezza che il presente scivola irreparabilmente verso l’«attimo dopo», davanti a tutto ciò, mi sono sembrate per lo meno zoppe: ho ricominciato allora a guardarmi intorno e a sentire l’esigenza di contare, di numerare i vivi, di lavorare con loro. E ho percepito che questo movimento, questa reazione ha un significato insieme etico e politico. Il libro è nato da questo pungolo. 

 

 

M.P. In Cinque finestre scrivi «Smettila di credere che il silenzio / non significhi nulla». Quale valore conoscitivo può contenere e consentire il silenzio? Per quale motivo credi che per quel “tu” (a cui ti rivolgi in forma deittica) possa non significare nulla?

 

M.G. Quel tu rappresenta la tentazione nichilistica, quella che trasforma univocamente un contenuto intellettuale (di nuovo: la convinzione che le nostre vite siano poca cosa) in un atteggiamento e in un codice di comportamento. Il silenzio, in Cinque finestre, è solo un esempio, un emblema del nulla: basta provare a tacere per accorgersi che il silenzio assoluto, se stiamo nel mondo, non esiste (perché rotto, appunto, da «ronzii dal frigorifero, / automobili che vanno, / acufeni nelle orecchie, ambulanze, / il tuo respiro»). La voce in corsivo, che più volte ricorre nel libro ed era presente anche nell’Attimo dopo, proviene dunque dal mondo, dall’altro.

 

M.P. Nel tentativo di nominare, tramite la parola, l’«allegria», il «terrore», la «vergogna», avvenimenti simultanei, compleanni, scrivi che «La parola è speranza ed è sbagliata, / una volta ancora», «La parola è iniziare / ad accorgersi ancora [...] Ricominciare a sentire la domanda / delle immagini, il peso delle assenze, / la leggerezza delle sorprese». Una parola che sorregge un’impalcatura «temporanea, da smantellare / di cui non resta traccia non appena / la costruzione del condominio è terminata». Come se il ricominciamento fosse il principio e il punto d'arrivo della parola poetica. Per quale motivo?

 

M.G. Dici bene, il ricominciamento è il principio e il punto d’arrivo della parola poetica. Prenderei in considerazione due livelli, quello macrotestuale e quello microtestuale. Riguardo al primo, direi che ogni libro di poesia, come ogni fase di un’esperienza intellettuale e di una vita, presuppone un ricominciamento e postula un punto di arrivo. Sono molto legato all’idea che un libro esista solo quando si intravvedono queste due sponde, nella propria scrittura. 

Per quanto riguarda invece il singolo testo, una poesia è essa stessa un principio e un punto di arrivo, e funziona proprio se tra questi due poli ravvicinatissimi si accende una tensione. D’altra parte, il ricominciare è un gesto quotidiano (basta pensare al risveglio di ogni giorno) che pone di per sé molte domande, tra cui quella che spezza la prospettiva ciclica e guarda al punto di arrivo finale. Citare Eliot sarebbe sin troppo facile, a questo punto («In my beginning is my end / In my end is my beginning»), ma non c’è dubbio che questa riflessione non si possa esaurire con lui e i suoi Four Quartets, né con quelli che hanno imparato da lui, anche in Italia.

 

 

M.P. Per quale motivo nell’apertura dallo zero all’uno passiamo, in modo progressivo, dall’uno al dieci? Si tratta di un espediente strutturale/narrativo o ci sono altre ragioni?

 

M.G. E’ stata un’autoimposizione, l’accettazione di un limite da osservare. Dato che il primo impulso del libro è stato quello di cui abbiamo parlato (il tentativo di abitare la nostra imperfezione e il nostro limite), ho pensato che questo dovesse tradursi, in poesia, in una regola, in un ostacolo formale, non di ordine metrico, con cui fare i conti. Così mi sono proposto di scrivere dieci testi che parlassero di dieci argomenti diversi (cose, persone, pensieri); ogni testo doveva avere un numero di strofe pari al numero dichiarato dal titolo (ad esempio, le Cinque finestre sopra nominate contengono effettivamente cinque strofe, ognuna delle quali “racconta” una finestra). Quando sono arrivato a dieci, scrivendo contemporaneamente anche testi esterni a questa serie, mi sono accorto che il libro stava prendendo una forma. A dire il vero, ho cominciato a capire cosa stavo facendo e quale fosse la direzione che stavo prendendo solo dopo aver terminato di scrivere questa serie. 

 

 

 

M.P. Nella seconda parte del libro all’uno si aggiungono “gli altri”, tramite un approccio relazionale che tenta di recuperare un evento transitante, sfuggente, destinato a tornare in quella penombra da cui, per la durata dell’evento narrato, è riuscito a emergere. Così accade alla signora che gioca a racchettoni, all’intagliatore di lattine, ai migranti sprofondati nel «blu dipinto di scarlatto / del canale di Sicilia», ai corpi martoriati (percipienti e percepiti), ai morti che, tramite la memoria, affiorano nel testo. Un approccio e un intreccio relazionale spinti in modo ossessivo «fino a perdere il controllo del corpo».

Questa precarietà relazionale denota il fallimento o il fondamento di ciò che lega i soggetti di una “cum-munitas”?

 

M.G. E’ una domanda difficile, cui non posso dare una risposta sicura. La domanda ha però il merito di centrare il dubbio di fondo che attraversa Il numero dei vivi, libro che offre – così almeno pare a me – più domande che risposte. Già il termine “comunità” è quanto mai ambiguo e di ardua definizione, oggi, e forse occorrerebbe sostituirlo, come ha suggerito Bauman, con il termine “società”, che non ha alcuna implicazione originaria e identitaria rispetto al primo. Ma in ogni caso, dove poniamo i confini della nostra comunità o società? Siamo disposti ad accogliere davvero l’altro? Quanto sono strette le maglie attorno al pronome “noi”? E infine, cosa fonda il nostro vivere insieme, oltre a un disimpegnato (e tuttavia necessario e per nulla scontato, ancora) rispetto per l’altro? Sono domande che mi pongo quotidianamente e che questo libro veicola: basta leggere la penultima poesia, Ultima domanda, per rendersi conto che l’atteggiamento di fondo del libro è più dubitativo che assertivo. 

Non credo che la precarietà relazionale sia di per sé causa del fallimento di un’ipotesi di communitas: piuttosto, mi pare di poter dire che il nostro dovere sia quello di opporci a quella precarietà, di contestarla, di emendarla come possiamo. Vedrei il vero fallimento nella completa scomparsa di questo impulso, in poesia e nella vita.

 

M.P. Anche i processi di significazione del linguaggio, attorno alla polisemia della parola «Chè», vengono coinvolti dal movimento destrutturante e interrogativo del testo. Cosa vorrà dire quel «Chè?»? «Che è?»? Oppure “perché”? Un “perché” «a proposito di tutto: / dei suoni, della luce lontana / delle stelle, del tuo corpo / e del nostro, delle formiche», un “perché” a cui si prova a rispondere sillabando.

In che misura la parola poetica può servire la lingua e divenire strumento di conoscenza del reale?

 

M.G. Non credo che la parola poetica possieda un potere conoscitivo particolare. E’ la lingua stessa a possederlo, questo sì. Il pensiero, in fondo, è un atto linguistico, e anche la poesia non è altro che un altissimo e accuratissimo atto linguistico. Preciso meglio, allora: la poesia diventa strumento di conoscenza del reale nella misura in cui la lingua riconquista, grazie ad essa, la sua libertà e la sua potenzialità di significato. La grande poesia libera la lingua dalle sue incrostazioni semantiche, dagli automatismi e dai tic: beninteso, anche quelli tipici del cosiddetto “poetese”, cioè di una koinè linguistica stereotipata che proprio certa poesia ha contribuito a creare. E’ una lotta su due fronti, quindi. 

Mi fa piacere, a tal riguardo, che quel «Chè» possa essere inteso sia come «che è» sia come «perché», dato che in fondo la prima domanda implica la seconda: la risposta rassicurante dei genitori alla nuova nata non esaurisce l’urgenza di conoscere il senso delle cose e della vita. La soddisfazione di questa seconda esigenza, però, in quel testo non c’è.

 

M.P. In Lettera a Fabio scrivi «Sbagliavo direzione, caro Fabio, / non capivo che la geografia delle valli / e dei laghi ammette ancora incidenze, / simmetrie, perpendicolarità / tra vuoti e pieni».

Quale rapporto esiste tra la Natura e «la scacchiera / degli eventi» di cui possiamo sentire la voce? 

 

M.G. Qualche anno fa avrei assegnato alla natura un peso maggiore, nella mia poesia e nella mia percezione del mondo. Oggi direi che la natura per me non esiste se non prende la forma di un paesaggio antropizzato: mi interessa la relazione degli uomini e delle donne con i luoghi, non più il luogo naturale o topografico in sé. Ogni evento e ogni relazione avvengono su uno sfondo concreto e geografico, che naturalmente ne condiziona la forma e la storia (è ciò che suggeriscono i versi indirizzati all’amico Fabio Pusterla, in quella poesia di ambientazione ticinese che oggi costituisce il mio paesaggio quotidiano, così diverso da quello del Mare a destra), ma da tempo non avverto più molto fascino per la natura in sé. La natura semmai pone una domanda e un dubbio in più agli uomini, alla loro relazione politica e sociale: come evitare la sua progressiva scomparsa e devastazione, che il capitalismo – vecchio e nuovo – presuppone e persegue da due secoli. Già Remo Pagnanelli suggeriva di considerare la Natura come «Grande Morente», ipotizzando che Leopardi e l’Islandese, oggi, non ne sarebbero più terrorizzati, ma quasi mossi a pietà.

 

 

M.P. Al “munus” della relazione pare contrapporsi chi «difende un perimetro di spazio», chi appartiene al rito «del risveglio sotto un unico / tetto che sembra casa e non lo è», chi sembra vivere nella «breve parentesi di istanti» non-coscienti, nell’illusione che una minaccia, un’ombra possa renderli e renderci «meno soli, più vicini». Ma il presente è altra cosa: «una speranza [...] il sospetto di non potere, / non sapere, non volere / se non essere». È l’interrogativo che il soggetto si pone riguardo il disegno emerso dalla tracce, «Ambrogio e Battistina» che «tornano vivi per un attimo», la comunione dei morti con i vivi, «l’ipotesi per una casa», la memoria. È la domanda che fonda e attraversa l'intero discorso poetico de Il numero dei vivi: «Siamo?».

Con questa domanda, quale ruolo credi possa avere la parola poetica nel “milieu” in cui viviamo?

 

M.G. Temo nessuno. Da tempo ho smesso di chiedere un ruolo immediatamente pragmatico (politico?) alla poesia. Mi piace ripetere un avverbio che usava uno scrittore oggi piuttosto dimenticato, cioè il Vittorini direttore del «Politecnico». Diceva Vittorini che la letteratura può cambiare il mondo solo «millimetricamente». Ecco, a me pare che la poesia, nella sua assoluta inutilità e nella sua infungibilità, anche commerciale, costituisca una sorta di obiezione all’ideologia del misurabile, dell’utile e del capitalizzabile. La poesia può porre delle domande, suscitare degli stupori conoscitivi, provocare un’impasse in chi la legge e a chi la scrive, nella misura in cui in essa un’ipotesi o un’illusione - come questa tua ultima domanda mette bene in luce - è contraddetta da «sospetti» o interrogativi che non portano a sintesi pacificate, che in questo momento sarebbe arduo offrire. La poesia funziona, secondo me, se lascia un’inquietudine in chi la legge, non se rasserena o conferma un’ideologia. Nei versi citati sopra l’inquietudine deriva forse dal sospetto che la società può stringersi e sentirsi coesa, come dice anche una bella poesia di Andrea Inglese, quando e se crollano i muri divisori, o quando qualcosa di esterno o interno ci minaccia. Non ce lo auguriamo, ovvio, ma talvolta percepiamo che è così. Questo libro voleva esprimere entrambi i sentimenti e i punti di vista, senza confezionare una risposta univoca.

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Marco Pelliccioli