14 April 2014

Le 7 poesie più amate

Gabriella Sica inizia la sua settimana con una sua traduzione inedita dalla prima ecloga delle Bucoliche di Virgilio

Melibeo

Titiro, te ne stai all’ombra di un grande faggio

a provare sul tuo esile zufolo un canto silvestre,

noi abbandoniamo la terra dei padri e gli amati campi,

noi in fuga dal nostro paese: e tu Titiro sereno nell’ombra

insegni ai boschi tutti a risuonare del nome di Amarilli.

 

Titiro

Melibeo, un dio mi ha donato questa pace.

Infatti per me non sarà sempre altri che un dio:

spesso il suo altare insanguinerà un agnello del mio ovile.

Come vedi egli permette agli animali di pascolare

e a me di cimentarmi come desidero nella poesia.

 

Melibeo

Non ti invidio certo, piuttosto mi meraviglio: ovunque

in tutte le campagne ci sono davvero gran disastri.

Io stesso spingo avanti le caprette afflitto. Questa, Titiro, a fatica.

Infatti da poco tra il folto noccioleto, partoriti due capretti,

la speranza ahimè del gregge, li ha abbandonati su una rupe.

Spesso questo cataclisma, fosse stata la mente più attenta,

a noi l’avevano predetto, ricordo, le querce dal fulmine ferite.

Comunque, Titiro, dicci chi è questo dio.

 

Titiro

La città chiamata Roma, Melibeo, la consideravo

ahi stolto, simile alla nostra, dove noi pastori

portiamo i teneri agnellini a nascere:

come i cagnolini simili ai cani e i capretti

alle madri, così ero solito paragonare il piccolo al grande.

In realtà questa città tanto svettò tra le altre

quanto tra i flessuosi arbusti i cipressi.

 

Melibeo

E cosa ti ha spinto di più a vedere Roma?

 

Titiro

La libertà, che sia pure tardi si è volta a me indolente

quando tagliavo già la barba bianca,

si è volta a me tuttavia e dopo lungo tempo venne,

da quando mi possiede Amarilli, e mi abbandonò Galatea.

 

 

Virgilio

(dalla I Egloca delle Bucoliche, nella versione inedita di Gabriella Sica)

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Gabriella Sica