29 December 2015

La traccia della quotidianità

Federica Volpe, finalista Premio Rimini 2015, recensisce Clery Celeste, finalista Premio Rimini 2014 e vincitrice di numerosi premi con il suo esordio per la collana gialla di Pordenonelegge-Lietocolle

La poesia di Clery Celeste, una dei finalisti della prima edizione del Premio Rimini, nella sua raccolta La traccia delle vene, edita LietoColle nella collana gialla Pordenonelegge, racchiude già nel titolo una parte dei temi e degli intenti che la caratterizzano.

 

La scelta poetica di Clery sembra, infatti, spingersi verso una poesia che parla del quotidiano e con una lingua quotidiana. La quotidianità è la traccia che percorre ogni testo della silloge e che rende unitaria ed ordinata una raccolta che sembra apparirci varia e disordinata. La traccia delle vene è diviso in tre sezioni in cui tornano come ossessioni tematiche ed ambientazioni, rendendo così ogni sezione lo specchio di un caos organizzato e ripetuto che ci illustra il mondo interiore dell'autrice.

 

Come la quotidianità diventa il fil rouge all'interno della poesia della Celeste, allo stesso modo la poesia irrompe nella quotidianità e ne diventa la colonna vertebrale che sorregge il corpo del reale, che imbevuto di poesia trova nuovi sensi e nuove letture, poiché essa lascia in lui una traccia indelebile.

 

Anche la presenza delle vene all'interno del titolo non è casuale: uno dei temi fondanti della raccolta è infatti il corpo con le sue componenti e con le sue denominazioni scientifiche, spesso afflitto dalla malattia. Clery Celeste infatti è tecnico di radiologia ed ha costantemente a che fare con “la fatica di trascinarsi dal letto alla padella” o con vecchi che si sono amati “con l'imbarazzo dei pannoloni pieni / in letti tutti uguali”, e costruisce un mondo ospedaliero costituito da pazienti profondamente umani, tanto quanto l'occhio che li guarda e che cerca di spacciarsi per clinico.

 

Lo sguardo sofferente sull'umano cerca di spostarsi veloce su qualcos'altro, trovando la natura nella sua molteplicità di forme vive che si rivelano fertile terreno per le metafore (lo sporangio, i licheni, le tortore in giardino, il Birgus Latro, la perca di mare, …), o correndo a nascondersi nella vita privata, fatta di gesti quotidiani (“Prendo le maniche della tua camicia / e le risvolto con l'abitudine della moglie / che non sa ancora come gestire / questi tuffi degli occhi”; “Apparecchio sempre io / la vita di coppia, scelgo la tovaglia / con la cura della madre”) e di sentimenti più facili da concedersi di quelli da professionista di fronte ad un dolore inguaribile ed irriducibile. Le sezioni non rappresentano altro che il gioco di rimbalzi effettuato dalla vista poetica, nel tentativo di salvarsi almeno in parte, di non lasciarsi conquistare completamente da quel male irrimediabile.

 

Nonostante questo tentativo di redenzione, l'ottica d'ospedale interferisce con gli altri campi, e allora al supermercato “la carne in scatola si apre / le ferite”, ed il baciarsi “è solo il gusto / di un semplice trasferirsi di fluidi”. O ancora: “Trapassiamo la frequenza della voce / e la distanza non mi impedisce / di pungermi da sola – trovare la vena - / e la giusta inclinazione del calore”.

 

L'alone della morte si respira come un'interferenza inevitabile per chi ci sa finiti nei limiti della carne che si ammala, e lo si percepisce come una traccia nelle vene: “Dormono tutti col cappio / appeso, è solo questione / di tempo”; le tortore “due anni ancora e moriranno / l'una a coprire le ali dell'altra”; “i poeti architettano / la sopravvivenza altrui / morendo a poco a poco”. 

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Federica Volpe