3 November 2017

La pietra e le sue trasformazioni

Lorenzo Babini recensisce il nuovo libro di Massimiliano Mandorlo

I titoli dei libri di poesia di Massimiliano Mandorlo sono sempre brevi e iconici, essenziali, costruiti su dittologie che coinvolgono gli elementi primari della natura: Mareoltre (2009), Luce Evento (2012) e ora, appena pubblicato per la casa editrice Moretti&Vitali, Nella pietra. Si tratta di titoli significativi, che rappresentano appieno una poetica salda e fiduciosa nel valore della parola. Una poesia che non inclina o precipita nel silenzio e nell’indicibile, come molte esperienze contemporanee, ma che mira essa stessa a farsi silenzio, suggestione e innamorata contemplazione della natura:

 

        eucalipti      a centinaia 

come docili fibre tessili 

    dentro il fitto del bosco

trattenere la luce

        eucalipti

si sgretolano

        una ad una

    le ere

nel mistero della vostra pelle

    

La pietra di cui parla Mandorlo in questo nuovo libro non è l’elemento solido e immutabile che si oppone alla caducità dell’uomo e della storia, come vuole quell’antica coscienza che ha dato origine ai monoliti, alle epigrafi e alle grandi cattedrali, ma è il simbolo di una materia vivente sottoposta ad una continua trasformazione, al doloroso travaglio della resurrezione, secondo l’intuizione del teologo Teilhard de Chardin, citato nel cuore del volume: “Noi conosciamo ora, nelle rocce più compatte, una perpetua trasformazione delle specie minerali vagamente simmetrica alle metamorfosi degli esseri viventi”. Mi permetto di aggiungere come, ben prima delle scienze naturalistiche e della moderna teologia, questa intuizione fosse già presente in alcuni testi di alchimia del Medioevo, non privi di influenze gnostiche, che concepivano il lapis, o materia lapidis, come sostanza di trasformazione. Così Pietro Bono, nel XIV secolo: “la pietra concepisce, ingravida e partorisce se stessa. E ciò può avvenire soltanto per tramite della grazia di Dio”.

In queste nuove poesie di Mandorlo ogni scenario e ogni evento appaiono come scomposti nei loro elementi essenziali, secondo differenti declinazioni che sfociano spesso nell’immagine di paesaggi di pietra circondati da ampie distese marine. Ecco allora una Palermo sfigurata, “nave scoperchiata”, che tende al cielo le proprie macerie, il proprio “torace di pietra”, come sembra simboleggiare uno dei suoi più celebri monumenti, la chiesa di Santa Maria dello Spasimo. Ecco Kyoto attraversata da fuochi e luci, isolata da un oceano di strade e semafori che circondano il suo antico “cuore di pietra”; oppure Milano con la sua grande Stazione Centrale: “ventre oscuro” di costole, vetro, pietre e lamiere entro cui si agita un’umanità degradata, “stormi di rondini impazzite” alla disperata ricerca di una salvezza. Un uomo con “arterie lucenti come fiumi” sembra mostrarla per un attimo, nell’atto di dare un bacio a una ragazza tetraplegica, prima che tutto ritorni nel buio, come dentro un “disperato acquario”:

 

Ho visto stormi di rondini impazzite

 

tuffarsi tra i vetri della Centrale,

cavi elettrici     motori

              dolly warden,

peccatori ubriachi       santi

inginocchiati all’ombra del binario 21,

ho visto la donna muta coi dreadlocks

imprigionata come nera farfalla

nel suo giubbotto multicolore,

la fede dei miei padri messa alla prova

e tutto il buio necessario

perché la disperazione

fosse tramutata in luce

 

e ho visto un uomo

con arterie lucenti come fiumi

baciare sulla fronte un’esile regina

due occhi paralitici risorgere

come Lazzaro

nel ventre oscuro

della grande stazione Centrale.

 

 

Il poeta abita e ama questi luoghi di limite, coinvolto e sconvolto insieme “nell’eterna battaglia del presente”, aggrappato a una fede certamente non monolitica ma incrinata, le cui crepe e fenditure si mostrano infine capaci di accogliere e di far penetrare meglio la luce: 

 

 

essere pietra, accogliere 

dentro di sé 

    la doppia ricchezza 

di gloria 

    di gloria 

ed erosione

 

 

oppure ancora: 

 

 

vedo i miei occhi attraversati 

dalla luce di aprile, 

la pietra liberata, 

la terra esplodere 

dalle sue crepe ferite

 

come un canto.

 

 

Lorenzo Babini

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Lorenzo Babini