3 December 2015

La forma più onesta di verità

La consapevolezza di un esordio e dei propri temi nell'intervista che Marco Pelliccioli ha fatto a Clery Celeste sul suo libro "La traccia delle vene"

Per la rubrica In bottega con..., intervistiamo oggi Clery Celeste (Forlì, 1991) riguardo la sua opera prima: La traccia delle vene (LietoColle, 2014), edito nella collana Gialla (Lietocolle-Pordenonelegge). Nel 2015 il libro ha vinto i premi Elena Violani Landi sezione Opera Prima, il premio Mauri Maconi, ha ottenuto una menzione speciale al premio Carducci ed è stato finalista al premio Camaiore e al premio Solstizio.

 Clery Celeste, dopo il liceo classico, ha frequentato il corso di tecniche di radiologia medica per immagini e radioterapia presso l’Università di Bologna. Suoi testi sono presenti in siti e riviste (tra cui Confini, Le voci della luna, Cover, Clandestino, Ramo oro).

 

 

M.P. La traccia delle vene è attraversato da un irrisolto conflitto tra vita e morte, a partire dalla terzina finale della prima poesia: «Dormono tutti col cappio / appeso, è solo questione di / tempo». Un conflitto che, da Il male comune in avanti, viene ambientato tra le stanze d’ospedale, dove una «persona di mezzo», «una brava infermiera» che riesce a «stare a metà strada dal dispiacere» racconta, con maturità e consapevolezza («non c’è nessuna colpa nella malattia», «ma saperli di un mese»), la speranza («Devi farcela Federica»), la dignità («sarebbe la Carla Fracci del reparto / se solo potesse camminare») e la condizione di questi personaggi, radiografati attraverso la poesia.

Perché ha deciso di raccontare questo luogo? È solo un fatto biografico legato alla tua professione o c’è qualcosa di più “comune” che lega questo “male” alla condizione umana?

 

C.C. Penso che la poesia abbia una radice pratica, non si può scrivere di qualcosa che non si vive o non si conosce. Io ho iniziato a scrivere di quello che vedevo, di questo mondo complesso e articolato che è l’ospedale. Si dice che gli ospedali siano città con ritmi tutti loro, dove la vita segue il ritmo della vita stessa, ci si rifugia e ci si radica nell’essenziale. Questo è il motivo che mi ha spinto a interessarmi sia professionalmente che “poeticamente” a questi luoghi ma soprattutto all’umano. L’uomo è fatto di complessità e nei momenti difficili ogni sfumatura esplode con una potenza incredibile e diviene totalizzante. Le emozioni si sentono per intero, sono complete e quasi mai mediate o frenate. In questo senso la vita è più comune e il male ci lega oltre ogni aspettativa e immaginazione. 

 

M.P. Questa posizione «a metà strada dal dispiacere» connota uno sguardo lucido, raziocinante, a tratti persino tecnico, uno sguardo che si muove in una dimensione affettiva da cui tenta, per quanto possibile, di proteggersi. Da un lato ritroviamo così poesie come Il Birgus Latro, dove viene tracciato un parallelo tra il Birgus Latro e Alex. Dall’altro sembra quasi che questo distacco, questo esaminare «i segmenti / rigidi di noi come shanghai sul tavolino», questo fare «a pezzi dentro», consente di seguire sì «la traccia delle vene» risalendo «alla radice» ma non permette, infine, di trovare il cuore. Come se la ratio impedisse, in un’ultima istanza, una conoscenza del reale comprensiva del dolore. Solo alla fine della prima sezione, difatti, il dolore della perdita viene narrato per la prima volta nella sua interezza attraverso il pianto di zia Emilia.

Come ci puoi descrivere questa convivenza tra empatia e distacco?

 

C.C. L’equilibrio tra empatia e distacco è fondamentale per poter mantenere salda la propria affermazione di identità, noi esistiamo e ci percepiamo come singoli e unici perché possiamo confrontarci con l’altro, con un esterno. La narrazione di sé, questo racconto che facciamo di noi stessi agli altri è importantissimo perché ci permette di sentire l’esistenza come qualcosa di unico, ma allo stesso tempo ci si può riconoscere in quella che è la natura umana, una natura sociale. La corretta posologia tra empatia e distacco sta nel mezzo, è difficile riuscire a mantenere costante questa linea. È come se dovessimo costruirci un muro per difenderci dall’invasione emozionale dell’altro ma senza diventare però dis-umani perché il muro deve essere poroso. Io provo a cercare questi fori da cui poter guardare l’altro, rimanendo all’interno di me.

 

 

 

M.P. «Ma dammi il terremoto / ché gli anni mi hanno ostruito / con castelli di nebbia / il perimetro del cuore; / sei vicino, respiro calma / calcolo la traccia dell’impatto / l’ultimo scarto, lo scampo».

Quanto, il sentimento dell’amore può riuscire a rimettere a “nudo” lo “sguardo” rendendo il legame con il reale autentico?

 

C.C. Tantissimo, l’amore in ogni sua forma può discendere dentro il vero e il reale. Può permettersi di scavare in quelle profondità e in quegli abissi dell’io che normalmente, in un quotidiano fatto di velocità relazionali, non sono accessibili. Amare è una discesa verticale dentro l’altro, tutto si spoglia del superfluo e diventa drammaticamente vero. Le esistenze diventano molto più autentiche, si tolgono le maschere. Questo piccolo miracolo, per esempio, in un ospedale avviene quasi quotidianamente.

 

 

M.P. Eppure, in Un lago di ninfa la morte torna prepotente e porta nuovamente la voce narrante a congelarsi «come una supernova / a rotolo nello spazio di crateri vuoti».

Nel conflitto tra amore e morte che anima l’intero libro, qual è il precipizio più profondo nel quale chi racconta sente di cadere? Il dolore del distacco o l’abbandono nell’altro?

 

C.C. “Precipizio” è una parola che amo molto. Il rischio della caduta sta nell’oblio, nella dimenticanza di cosa sia veramente la vita. Dove la morte è più presente però la vita si fa totalizzante. Nei malati terminali esiste la coesistenza di questi due aspetti apparentemente distanti: il distacco dalla dignità di un fisico sano, di una pelle integra si interseca con la completa fiducia nel prossimo, ci si affida totalmente, si supera la grande barriera del rischio. Ecco, il precipizio è il rischio di fidarsi, quel salto nel vuoto dell’altro e non sai mai dove puoi atterrare e se ci sarà qualcuno ad attenderti in quel buio. 

 

 

M.P. In più di un’occasione, la lingua e il contenuto della tua poesia rimandano a un «intreccio primordiale, quello vero / della simbiosi tra il fungo /  e l’alga», quello delle «scie di impulsi neuronali antichissimi». 

Perché credi sia fondamentale recuperare questo contatto “originario”?

 

C.C. Mi piace molto la microbiologia e vedere come gli insetti e i microrganismi rendano solo più evidente la natura istintuale che è presente anche in noi, semplicemente per loro è totalizzante. È importante perciò recuperare quello che di originario e primordiale abbiamo per una migliore conoscenza di noi stessi, nuotare in questo magma e poi poter risalire. 

 

 

M.P. In Batteri sintetici affermi che «i poeti architettano / la sopravvivenza altrui / morendo a poco a poco». 

Quale ruolo credi possa avere la poesia nel “milieu” in cui viviamo?

 

C.C. Ritengo che la parola abbia un potere incredibile, da sempre ce l’ha e può creare o distruggere in un secondo. Penso che la poesia sia la forma più onesta di verità, si cerca qualcosa di vero e autentico in cui ci si può riconoscere sempre in forme e tempi differenti e in questo senso sopravvivere.

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Marco Pelliccioli