2 September 2015

Jucci vince il Viareggio

La motivazione del Premio, una breve recensione di Isabella Leardini al libro di Franco Buffoni e una selezione di testi

"Jucci è il canzoniere di un “fedele d’amore”, dove ricompare la figura della donna ispiratrice, che questa volta intreccia la sua voce a quella del cantore che con lei diviene poeta. Ma è un canzoniere dei giorni nostri, dubbi e incerti, un canzoniere dove si risale la corrente di una storia che inizia quando lui ha poco più di vent’anni e che proseguirà per un decennio, quando lei - Jucci - verrà portata via da un male inesorabile. Una storia rivissuta a ritroso, che aspira alla trasparenza, alla genuinità della sua origine, così come la corrente del fiume, che in ogni istante del suo scorrere conserva memoria della sorgente. Una storia che è anche travagliata ricerca di identità e che, con accenti di sgomento indignazione pietà, a tanti anni di distanza si affida all’ala sicura della pura poesia, che su se stessa si alza come l’aquila, dice un memorabile verso, “sul fianco soleggiato della nuvola”.

 

Questa è la motivazione con cui Jucci di Franco Buffoni, vince il Premio Viareggio 2015. 

La Vita Nuova, sarebbe il parallelo migliore, per la forza generativa e il punto di non ritorno che questa storia porta con sé, perché non è Jucci un canzoniere del lutto, ma una vera e propria narrazione dal carattere dialogico, anche se non teatrale. I libri di poesia che restano, oggi forse più che mai, sono quelli capaci di raccontare una storia. E non è Jucci solo un'ispiratrice da cantare, è la protagonista vera di questo libro, il grande "tu" che come Beatrice prende la parola e chiarifica anche l'io del poeta, lo salva dall'imperfetto dire se stesso. La grande impresa in cui Franco Buffoni è riuscito è stata proprio questa, non guardare Jucci attraverso il suo morire, ma lasciarle la parola, una parola presente, quasi una dettatura ancora in atto: Jucci infatti non è un libro memoriale o una rievocazione, come apparentemente potrebbe sembrare, in una scrittura di grande forza razionale innesta un elemento visionario, anche onirico. I corsivi di Jucci hanno qualcosa delle apparizioni di Sereni, torna alla mente il dialogo giocoso e ferito di "Appuntamento ad ora insolita", e sereniani sono anche gli endecasillabi colloquiali bellissimi che costellano l'intero libro. Tratto da segnalare è la geografia che si snoda di sezione in sezione, una precisione che ne fa quasi una mappa da ripercorrere, mentre i dieci anni insieme a Jucci sono come sospesi in un testa a testa senza tempo, fino all'atto finale, le stagioni si muovono al ritmo dei passi in salita, dove si confondono la primavera e l'inverno felice di chi ama le altitudini.

"Ma non sarebbe nel carattere di Jucci, ne tantomeno è nel mio, l'intento di trasmettere una storia sentimentale o persino struggente. Questa è la storia di due persone che, pur amandosi, si sono dilaniate" 

Così dice Franco Buffoni nella nota finale con cui chiude il libro. Eppure i poeti scrivono d'amore da sempre, guardandolo da ogni lato per dirne ancora qualche tratto nuovo. Franco Buffoni ci riesce, racconta anche dall'altro lato del letto un grande amore assoluto, quello di Jucci. In lei brilla la testardaggine femminile di tutti i nostri amori, ma per la prima volta il poeta non è solo l'innamorato ma soprattutto l'amato, ed entra in gioco anche questa dignità dell'amare, più complessa perfino. Perché se l'amore di Jucci è intero ed eroico, quello del protagonista maschile è l'amore che si afferma con tutte le sue forze, nel resistere a qualcosa che innatamente sfugge. Tutti i più grandi amori hanno questa natura, nascono come un'amicizia ma accadono tra due persone che per amarsi si sono dilaniate, magari una superando il proprio non bastare e l'altra superando se stessa.  Gli amori come i libri di poesia non esistono senza ferita, e questo libro è così "Con la verità infilata dentro/ Come un orecchino".

 

 

IL LAVORO DI LIMA

 

Finché il ghiaccio regge, pensavamo

Vedendo i due aggrappati alla banchina.

 

Eravamo già noi, lo sapevamo,

Iniziò subito il lavoro di lima.

 

Noi due tra i vasi sul balcone

A guardare insieme ad ammirare

Quel che riesce a fare la natura

Quando si attorciglia.

 

 

 

CI HAI MESSO CINQUE MINUTI

 

Ci hai messo cinque minuti

A non guardarmi oggi

A respirarmi e basta,

Sapevi che se mi chiedevi

Ancora qualcosa

Finiva di lite che non risarcisce

Chiudeva l’estate in maltolto

E perdevi.

Così ci siamo lasciati

Ancora la porta socchiusa

a sere d’autunno.

E terribile senza peccato

Sei stata a perdonare

La gara perduta per ora

Dal tuo desiderio.

 

 

 

PER UNA NARRAZIONE DEI FATTI

 

Per una narrazione dei fatti

Che si sono compiuti tra noi,

All’ingresso dell’antro fioriva folto il papavero

Rosso su nero, a imbarcare cupezza

Con le vette aguzze sopra

Le testine calve dei ciottoli.

Così il tuo cuore, per comparazione musicale,

Percepiva i ritmi e gli intervalli, i tempi e le scale

Del mio male:

“La cascata che si butta giù in quel modo

Per ritrovarsi sola col suo schianto

Fa come te quando deludi”.

Dove la Vevera, il torrente femmina

Cominciava a raccontare

Cose di montagna alla città

Ed io a vagare

A ridosso della caserma

Per scambi verdi di sesso in punizione.

 

 

 

LA RESPIRAZIONE TRATTENUTA

 

Tu che l’arte della respirazione trattenuta

Conoscevi, beffarda giocavi a trovare

Gli anelli mancanti nei miei

Procedimenti deduttivi.

 

Di che altro avevi bisogno

Per coricarti dalla parte del cuore?

 

Solo di streghe, quelle di una volta

Con quell’odore giù dal pendio…

 

Era l’ala dolorante dell’insetto,

Quell’instabile arcipelago che insieme

Noi componevamo,

Che ti dava da pensare…

 

Ed è qui

In questa foto con me

Tra le cosce di un’alba da riprendere,

E’ qui che vedevi al futuro

Senza dolore lo sbaglio?

 

Basta domande cretine!

Da quando ti conosco, mi conosco di più,

Mi voglio bene o malissimo

Ma non c’entri perché

Piuttosto che sola con altri

Preferisco essere infelice con te.

 

 

UNO SPLENDIDO FIGLIO

 

Letto di canne bianche che al verde fidanza

Due anime teneramente abbracciate,

Non dovrebbe uno splendido figlio

Esserci accanto in questo ostello?

Noi con le ombre più lunghe

Di quanto non fossimo alti,

Io che ti cerco da dietro il vetro,

Usignolo in trappola con le voglie

Che perdono di senso.

E se molto è morto qui, niente è mai nato.

 

 

 

LA MIA INVARIANZA

 

 

La mia invarianza dopo tanti anni

Non è cellulare o prospettica:

Se in quei giorni pensavo

A quanto mancava,

Vedevo una nebbia sottile

Su un lento futuro.

Poi la nebbia è calata davvero

Ed è diventata la vita.

La mia invarianza resta solo dentro

Ai fatti della storia che ho vissuto,

Al muro di Berlino e al nostro amore

Irrigidito alla sua ombra,

Mentre le cellule e le prospettive

Sono tutte mutate.

Restano però i rumori conosciuti

Delle piccole vite delle rane

Nei fondali bassi,

Resta il nocciolo che fiorisce

Quando tutto attorno è ancora bianco,

Resta la lotta degli uccelli

Che osservavi cupamente

Divenendo poi la spettatrice

Di un balletto di piume.

 

Da Jucci (Mondadori, 2014)

Foto di Dino Ignani

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Isabella Leardini