29 October 2015

Ingigantire il dettaglio e ridurre a nulla il gigantesco

La poesia d'amore rivoluzionaria di Luciano Erba, da leggere con la voce interiore altissima

Adoro i pregiudizi, i luoghi comuni

mi piace pensare che in Olanda
ci siano sempre ragazze con gli zoccoli
che a Napoli si suoni il mandolino
che tu mi aspetti un po’ in ansia
quando cambio tra Lambrate e Garibaldi.

 

Luciano Erba

(da L’ippopotamo, Einaudi, Torino, 1989)

 

 

Nella grande mappa della letteratura italiana c’è una linea, tra le altre, che si chiama proprio Linea Lombarda, in pratica una serie di autori, lombardi appunto, tutti accomunati da una certa visione del mondo, diciamo: da Manzoni a Sereni, fino a Loi e Maurizio Cucchi, e in mezzo c’è pure questo poeta qui, Luciano Erba. 

Luciano Erba è uno che ha scritto poesie quasi sempre imponenti – di quell’imponenza crepuscolare, minima, quell’imponenza che ingrandisce il dettaglio e riduce a nulla il gigantesco. Luciano Erba, scrivendo così, ha scritto certe poesie d’amore bellissime. 

Fare un’operazione di spoetizzazione, lasciare alle spalle la lirica, rivoltare la tradizione, rivoluzionare l’ordine del canone costituendo un disordine letterario mai caotico: la progettualità delle correnti del Novecento è passata sempre, con determinazione, da concetti di questo tipo. Farlo scrivendo poesie d’amore, secondo me, dev’essere stata una cosa parecchio difficile. Per questo penso che certe cose scritte da Luciano Erba, che scriveva nel bel mezzo di tutti quei cambiamenti, debbano essere rilette – con il volume della voce interiore molto alta, perché quei cambiamenti lì, quella spaccatura che è stata il Novecento, in realtà sono qualcosa di palpitante, vivo, da rifocillare. 

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Andrea Donaera