20 March 2014

Il quarto finalista del Premio Rimini è Filippo Amadei

Saranno in 7 a contendersi la vittoria il 28 e 29 Marzo... vi abbiamo presentato i primi 4, la prossima settimana gli altri 3

Lo sguardo diretto verso le persone è la chiave del lavoro di Filippo Amadei, un atto allo stesso tempo di umanità e amore che cerca di riportare nel giusto equilibrio l'insieme dei rapporti umani che contraddistinguono la nostra quotidianità. L'idea che porta avanti questo lavoro è che si possa recuperare una civiltà perduta, che l'uomo abbia dentro se stesso tutta la capacità di non arrendersi a tempi così bui e nichilistici, tempi dove anche la scrittura diventa un gesto forte, una forma di resistenza e lotta verso un mondo che si fatica sempre maggiormente ad accettare.

Matteo Fantuzzi

 

FILIPPO MAMADEI

DA OLTRE LE RINGHIERE

 

 

VERSO CESENATICO

 

Quando arrivava l’estate dei compiti in giardino

quando era ancora troppo presto per i baci alle ragazze

facevo le gite fuori porta con mio padre

sveglia all’alba e subito sui pedali

l’avremo fatta solo sul porto canale

la colazione, ricordo il fiato corto e l’aria aspra

dei primi raggi, la sua voce grossa

che mi incitava di stargli a pari.

Non mi abbandonava l’idea

di un me stesso ancora beato nel letto

mi chiedevo il perché di tanta fatica, solo dopo

seduto al Vecchio Lampione davanti a un cappuccino

ogni cosa sul porto era tutta una festa, le bestemmie

in dialetto dei pescatori, la confusione felice dei turisti

nel viavai delle stradine laterali, anche l’indecifrabile

ansia di mio padre, ogni bellezza creduta perduta

era allora ritrovata, esisteva già da prima

esigeva una mancanza.

 

*

 

Guarda gli alberi di Margherit Island

sulla foschia del fiume appena salita

fino a dissolversi, la malinconia nodosa

i tronchi sbucciati

abbiamo passato tutta la notte a sognare

qualcosa di migliore, rami d’aria rampicanti

il sole tiepido dell’est Europa

e all’improvviso sale la luce

come un desiderio antico della terra

e avresti voglia di trovare qualcuno

coi tuoi stessi occhi aperti sulla domanda

del sole all’orizzonte, la nostra solitudine

è questa alba, questo mai

perfetto assomigliarci.

 

Budapest marzo 2012

 

*

 

I TUOI PANNI STESI

 

Il meteo dava pioggia, la pioggia

doveva inzuppare i panni stesi

ad asciugare nel tuo cortile

ma c’è una luce nel giorno, in questo giorno

di fine marzo così terso e inatteso

e non so dire se sono i tuoi occhi

a confidare nel sole che si ostina

a restare davanti alle nuvole

o è il sole ad avere fede in te

hai un’aria così sincera addosso

che non penso potremmo arrenderci

fai una smorfia con la bocca

e ritorni in casa dopo il mio saluto

tu non vedi che affanni

ma gli affanni non riescono

sempre a coprirci, guarda i tuoi panni

nel vento, contro ogni logica

saranno presto asciutti.

 

 

*

 

SPIAGGIA DI FINE MARZO

 

Mi lascio cullare da questa stagione

nata da pochi giorni, su una scala

un uomo pulisce la vetrata a luna

dell’albergo davanti alla spiaggia,

tutta una luce è il mare e io sono lì

chiaro e solo nel sole che mi culla

destra e sinistra, così la sua mano

muove lo straccio pulendo, io resto

a guardarlo, mi sembra un saluto

il suo gesto che giunge

a colmare questa distanza

cristallina, destra e sinistra

ma lui pensa al vetro da pulire

la mano prosegue, appare e scompare

ai miei occhi nel repentino

baleno degli aloni – un’altra passata

e cos’altro è la vita se non un gioco

continuo di opacità e trasparenze

la fatica di lavorare per tornare limpidi

percepire chiaro un orizzonte

riconoscere l’uomo

nell’uomo di fronte.

 

*

 

OLTRE LE RINGHIERE

 

Guardo il vecchio hotel del centro

tutto scalcinato, coi vetri in frantumi

coi mattoni a vista fuori dalla calce

resiste al desiderio dei miei occhi

di voltarsi e proseguire verso altri scenari

più nuovi e rassicuranti

come fanno questi turisti di fine luglio

dal passo sciolto, lontani

da tutto quanto sta attirando il mio interesse.

 

Resto fermo e guardo l’hotel anch’esso immobile

nella notte chiara e afosa, come un nobile

gigante pietrificato, senza un futuro che lo accolga

senza più canoni né chance per restare

nell’inversione di bellezza del presente.

 

Ma oggi ho visto l’erba del suo giardino crescere

superare le ringhiere arrugginite del cancello

sono sempre più certo che la verità, anche la più piccola

idea creduta vera debba lottare contro un perimetro

ieri, passando, sarei stato forse un semplice turista

dal cuore a riposo, non avrei sentito certo

risuonare da un altro mondo la tenacia viva

di quelle pietre e un’incredibile speranza

diventare alta in me, come quell’erba

come cresce in verticale il mio verso.

 

*

 

Col sole è tutto diverso, solo ieri

il cielo era zeppo di nuvole, l’acqua

impantanava i carrelli della spesa

e io vedevo tutte quelle persone

dal mio ufficio, affannate

la corsa improvvisata con le borse

piene di roba, non era così

il mio lavoro, oggi invece le cose mi vengono

in modo semplice, di ieri resta

appena qualche pozzanghera e ho fiducia

che ancora si possa fare qualcosa

per il bene di tutti, le persone si riconoscono

fuori dal supermercato, parlano

senza fretta, non hanno paura

di ascoltarsi, oggi

che non c’è ombra di pioggia.

 

 

*

 

L’azzurro del mare condensato nel tuo costume

spezzato, dello stesso colore, ma più denso

quasi materico, a rimarcare la falcata delle tue gambe

abbronzate verso l’acqua, resto in bilico tra questo

e l’altro azzurro che dilaga a macchia e ci ingloba

nel sogno del paesaggio, i lembi della vita

a volte hanno la forma inconsistente

di un dormiveglia estivo, si restringono

alla distanza breve che mi separa dalla tua bocca

la mezza torsione che fai col busto già bagnato

a chiedermi di seguirti là in mezzo, ho in testa mille voli

di pensieri che non partono, persi nella bonaccia

mentre l’aria ha smesso di essere vento

e semplicemente ci attraversa.

 

*

 

QUEL FOGLIO DI CARTA

 

Ho visto la sua bellezza ondulante

di traverso per l’autostrada

il suo modo di baciare l’asfalto e fuggire

come una donna delusa da una facile

fine del gioco, dribblare le avversità

delle macchine portate a grande velocità

nel turbine dell’aria.

 

Non andrà mai a sbattere, mi dico

contro un parabrezza o schiacciato

sotto ruote pesanti, non avrà mai

grossi incidenti, è pericoloso viaggiare

una vita in linea retta, come ci dicono di fare

avere fede in traiettorie comuni e consumate

che vita fantastica ha un foglio di carta

vorrei essere io, inseguire l’abbraccio

delle curve e sentire il vento

che ci prega di spiegare davanti alla vita

ogni singolo pezzo di noi.

 

 

Filippo Amadei è nato a Ravenna nel 1980. Ha vinto la “Sezione Giovani” del Premio nazionale di Poesia “Aldo Spallicci” 2004. Suoi versi sono presenti in rete, su riviste ed in alcune antologie. Nell’estate 2005 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie La Casa sul Mare, (Casa Editrice “Il Ponte Vecchio”). Nella primavera 2009 ha pubblicato la seconda raccolta poetica, Saperti a Piedi Nudi, con la Casa Editrice Lieto Colle Libri. Insieme ad un gruppo di amici poeti ha fondato l’Associazione Culturale “Poliedrica”.

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