13 January 2017

il Premio venezuelano di poesia giovane Rafael Cadenas

Anonio Nazzaro ci fa scoprire Willy McKey, vincitore dell'ultima edizione

Con questa poesia Willy McKey (Caracas, 1980) ha vinto la prima edizione del “Concorso Nazionale di Poesia Giovane Rafael Cadenas”, nel 2016.  Vi presenteremo alcuni altri giovani poeti che fanno parte dell’antologia scaturita dal concorso.

Willy McKey scrittore ed editore. Laureato in lettere preso la Universidad Central de Venezuela e un  Master in Studi Letterari. Ha co-editato, con Santiago Acosta, la rivista di poesia El Salmón. Il suo primo libro di poesie, Vocado de orfandad [2007], è stato il vincitore del premio Fundarte, sezione poesia. Collabora con il magazine digitale www.ProDaVinci.com e ha pubblicato diversi articoli su Papel Literatio, supplemento del quotidiano El Nacional. 

 

CANTO 14*

[25.08.2012. GALESIANO. AMUAY. RENEDUAR]

Dedicato a M.P.G.

 

  1. 25.08.2012

Il tempa ha ormai addensato i bei cadaveri

che sono stati raffinati dai miei fratelli vivi.

Di buon ora inaliamo gli aromi

di benzeno contro il digiuno crudo della voce.

‹‹Respira›› ordina la madre camino a scuola.

‹‹Derespira›› dice l’uomo della pompa di benzina. Il tempo

oramai ha addensato i bei cadaveri

che saranno colorati dai miei fratelli vivi.

 

Contro gli vanno l’odore a truciolo delle matite e 

e la sua spirale sostenuta dalla luce che si affila. Proprio

quando dovemmo imparare a morire la bimba

scopre un libro che ci confessa. ‹‹Rileggi››

ordina la maestra prima della campanella.

‹‹Disleggi›› dice al telefono prima di andarsene a casa.

Contro gli vanno l’odore a truciolo delle matite

e la sua speranza affilata dalla luce che cade.

 

E l’effimera verità che c’è dietro il combustibile

sveglia l’appetito della bimba che legge.

Oggi ho visto le uova vecchie di un animale enorme

che sono rimasti incassati e prigionieri di se stessi.

‹‹Alzati›› ordina la torcia di gas come un cero.

‹‹Disalzati›› dicono tutti i preventivi.

E l’effimera verità che c’è dietro il combustibile

è un mostro che si mangia tutte le verità.

 

Il tempo oramai ha addensato i bei cadaveri:

Contro gli vanno l’odore a truciolo delle matite

e l’effimera verità che c’è dietro il combustibile.

 

II. GALESIANO

Arriviamo presto al dolore e tardi alla pazienza:

misteri del limite magnetostratigrafico.

Megaterio nostro, falso totem del vivo,

svelato in quel nero olio della pietra

che fai spesso l’infiammabile e perisca l’infinito:

abbiamo raggiunto un inferno su misura,

sono questi incendi il nostro stupido arbusto ardente?

Fides quarens intellectum: la fede cerca di capire

Padre di ogni indolenza, suprema genesi,

offerta in sacrificio di tempo e bilancini,

sale e scende il tuo artiglio nel mezzo del nostro petto 

ed estrai da noi qualche contrizione:

un mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.

Battezziamo con la bile negra e combustibile

e raffiniamo per imitarti estinguendoci

in coordinate di sabbia: Tacoa, Lama, Amuay.

 

Oramai sono duemila e cinquecento anni

che il tuo enorme corpo megaterio è affondato

nel catrame al fuggire da una morte impossibile:

la tua apocalisse iniziò per il fuoco.

Prima che questo paesaggio si chiamasse Amuay

i tuoi genitori e cuccioli piansero gli incendi. E 

invece di sparire, tutti sono affondati

per tornare oggi, infiammabili, come vendetta

della carne senza lutto degli ossicini neri.

 

Sui tuoi resti abbiamo costruito la casa.

Come non volerci uccidere, bestia originaria?

Abbiamo preteso di vivere del raffinare i dolori

preistorici dei rtuoi morti, al prezzo per barile.

Domenicale è stata la frustata ardente a Tacoa e

all’alba del sabato ad Amuay. Non riposi.

Misteri del limite magnetostratigrafico:

arriviamo presto al dolore e tardi alla pazienza.

 

III. AMUAY

Padrona dei venti e delle acque ritrovate,

sulla tua lingua ci sono stati tanti nomi per il fuoco.

Messuno potrebbe tracciarti senza sputare ceneri

che sbattemmo giá ventisette anni fa. ‹‹Dimentica!››

dissero con il potere calcinato. ‹‹Ricorda!›› dissero

dopo aver morso le nuove unghie. Regione dei venti

e le acque ritrovate,

sulla tua lingua ci sono tanti tempi per il fuoco.

 

Dal Millenovecentottantacinque spengono

le candele dei tuoi morti con punte di cardone.

L’alchimia di un succo residuale sotto lo zolfo

mappa le tue frontiere con il nostro inferno.

‹‹Vivi!›› ordinano i corpi che stanno anni sotto.

‹‹Muori!›› ordinano quelli che dimenticano i corpi sopra.

 Dal Millenovecentottantacinque spengono

gli occhi dei tuoi morti con punte di cardone.

 

i tuoi scapolari accesi dalla brezza,

tragedia ripetuta di un vulcano improvvisato, non

bastano per tradurre la crudeltà dell’oblio.

 

né il dolore ripetuto nelle nottate d’incendio.

‹‹Svegliati!›› ordinano i muri quando scoppiano.

‹‹Dormi!›› ordinano le ossa quando appaiono.

i tuoi scapolari accesi dalla brezza,

tragedia ripetuta di un vulcano ripetuto.

 

 

Padrona dei venti e delle acque ritrovate,

Dal Millenovecentottantacinque spengono

i tuoi scapolari accesi dalla brezza.

 

 

IV. RENEDUAR

 

Ventisette anni dopo di quell’ultimo fragore,

hai chiuso la fuga rivissuta di un’altra valvola.

Due anni avevi quando sono morti i vecchi

e il paese intero fu come di paura e carta. Il

tempo oramai ha addensato i bei cadaveri che

idrocarburarono ai tuoi fratelli morti con il

peso che poi esercitiamo all’ingrassare sulle

placche che murano i loro ossicini neri.

 

E bisognerá piangerti un certo tempo.

perché il tempo è denaro, Reneduar.

 

A te e a ciascuno dei quarantasette,

come il nonno, li dimenticheranno, Reneduar…

I trucioli della matita bruciano, non lasciano brace,

non conservano altro colore che il grigio della memoria.

Il dolore ha già dimenticato i bei cadaveri

che raffinavano insieme ai tuoi fratelli morti con

il distillare che oggi componiamo al fischiare nei

discorsi che maneggiano i tuoi ossicini neri.

 

Amuay è un eterno lutto nel secco:

d’ossa d’altri tempi sono fatti i rosari,

le torce di gas non sono nient’altro che eterni e profondi ceri

che fanno di questo deserto la nostra capella ardente.

Il potere oramai ha scortato i bei cadaveri

che fiorivanomale insieme ai tuoi fratelli morti

con crisantemi che una donna ha irrigato piangendo

le nove volte che contano i tuoi ossicini neri.

 

 

E bisognerà accompagnarti un certo tempo

perché il tempo è denaro, Reneduar.

 

Alla fine cos’è quello che tiriamo fuori dalla terra?

Defunti pressati dal tempo. Cadaveri

che portiamo su, bruciandoli di nuovo

 

senz’altra luce che queste candele della via Girardot.

Il tempo ha oramai addensato i bei cadaveri che

idrocarburarono ai tuoi fratelli morti che

raffinavano insieme ai tuoi fratelli morti

con crisantemi che una donna ha irrigato piangendo

riempiendo i miei occhi di sete per i tuoi ossicini neri.

 

 

E bisognerà bruciarti un certo tempo

perché il tempo è denaro, Reneduar.

 

 

 

* Testo ispirato dalla tragedia di Amuay, del mese di agosto 2012, quando una raffineria di petrolio in quella città, nello stato venezuelano di Falcon, è esplosa uccidendo 55 persone, ferendone 156 e lasciando molte famiglie senza casa.

 

 

*

 

CANTO 14*

[25.08.2012. GALESIANO. AMUAY. RENEDUAR]

Dedicado a M.P.G.

 

I. 25.08.2012

 

El tiempo ya espesó los hermosos cadáveres

que han sido refinados por mis hermanos vivos.

Desde temprano inhalamos las aromáticas

de benceno contra el ayuno crudo de voz.

‹‹Respira›› ordena la madre camino a la escuela.

‹‹Desrespira››dice el hombre sucio de la bomba. El

tiempo ya espesó los hermosos cadáveres

que serán coloreados por mis hermanos vivos.

 

En su contra van el olor a viruta de lápices y

su espiral sostenido de luz que se afila. Justo

cuando tuvimos que aprender a morir la niña 

descubre un libro que nos confiesa. ‹‹Relee››

ordena la maestra antes del timbre.

‹‹Deslee›› dice el teléfono antes de irse a casa.

En su contra van el olor a viruta de lápices

y su esperanza afilada de luz que expira.

 

Y la efímera verdad que hay tras lo combustible

despierta el apetito de la niña que lee.

Hoy ve los huesos viejos de un animal enorme

que han quedado empotrados y presos de sí mismos.

‹‹Levántate›› ordena el mechurrio como un cirio.

‹‹Deslevántate›› dicen todos los presupuestos.

Y la efímera verdad que hay tras lo combustible

es un monstruo que se come todas las verdades.

 

El tiempo ya espesó los hermosos cadáveres:

en su contra van el olor a viruta de lápices

y la efímera verdad que hay tras lo combustible.

 

 

II. GALESIANO

 

Llegamos temprano al duelo y tarde a la paciencia:

misterios del límite magnetoestratigráfico.

Megaterio nuestro, falso tótem de lo vivo,

revelado en ese negro aceite de la piedra

que espesa lo inflamable y perezca lo infinito:

hemos conseguido un infierno a nuestra medida,

¿son estos incendios nuestra torpe zarza ardiente?

Fides quarens intellectum: la fe busca entender

Padre de todas las perezas, suprema génesis,

ofrenda en sacrificio de tiempo y balancines,

sube y baja tu garra en medio de nuestro pecho

y extrae de nosotros alguna contrición:

un por mi culpa, por mi culpa, por mi gran culpa.

Bautizamos con la bilis negra y combustible

y refinamos para imitarte extinguiéndonos

en coordenadas de arena: Tacoa, Lama, Amuay.

 

Ya hace dos mil quinientos millones de años

que tu enorme cuerpo magatérico se hundía

en la brea huyendo de alguna muerte imposible:

tu apocalipsis también comenzó por el fuego.

Antes de que este paisaje se llamara Amuay

tus padres y cachorros lloraron los incendios. Y

en lugar de desaparecer, todos se hundieron

para volver hoy, inflamables, como venganza

de la carne sin luto de los huesitos negros.

 

Encima de tus restos levantamos la casa.

¿Cómo no querer matarnos, bestia originaria?

Hemos pretendido vivir de refinar los duelos

prehistóricos de tus muertos, tasados por barril.

Dominical fue el latigazo ardiente en Tacoa y

madrugada del sábado en Amuay. No descansas.

Misterios del límite magnetoestratigráfico:

llegamos temprano al duelo y tarde a la paciencia.

 

 

III. AMUAY

 

Dueña de los vientos y las aguas encontradas,

en tu lengua hubo tantos nombres para el fuego.

Nadie podría trazarte sin escupir cenizas

que sacudimos hace ya veintisiete años. ‹‹¡Olvida!›› 

dijeron con el poder calcinado. ‹‹¡Recuerda!›› dijeron

tras morder las nuevas urnas. Región de los vientos 

y las aguas encontradas,

en tu lengua hubo tantos tiempos para el fuego.

 

Desde mil novecientos ochenta y cinco apagan

las velas de tus muertos con puntas de cardón.

La alquimia de un jugo residual de bajo azufre

cartografía tus fronteras con nuestro infierno.

‹‹¡Vive!›› mandan los cuerpos que hay años abajo.

‹‹¡Muere!›› mandan los que olvidan cuerpos arriba.

Desde mil novecientos ochenta y cinco apagan

los ojos de tus muertos con puntas de cardón.

 

Tus escapularios encendidos por la brisa,

tragedia repetida de un volcán improvisado, no

bastan para traducir la crueldad del olvido.

 

ni el duelo repetido en madrugadas de incendio.

‹‹¡Despierta!›› ordenan los muros cuando estallan.

‹‹¡Duerme!›› ordenan los huesos cuando aparecen.

Tus escapularios encendidos por la brisa,

tragedia improvisada de un volcán repetido.

 

Dueña de los vientos y las aguas encontradas,

desde mil novecientos ochenta y cinco apagan

tus escapularios encendidos por la brisa.

 

 

IV. RENEDUAR

 

Veintisiete años después de aquel último estruendo,

cerraste la fuga revivida de otra válvula.

Dos años tenías cuando murieron los viejos

y el pueblo entero fue como de miedo y papel. El

tiempo ya espesó los hermosos cadáveres que

hidrocarburaron a tus hermanos muertos con el

peso que luego ejercimos engordando sobre las 

placas que tapian sus huesitos negros.

 

Y habrá que llorarte en cierto tiempo,

porque el tiempo es dinero, Reneduar.

 

A ti y a cada muerto de los cuarenta y siete,

como al abuelo, van a olvidarlos, Reneduar…

Las virutas de lápiz arden, no dejan brasas,

no cuidan otro color que el gris de la memoria.

El dolor ya olvidó los hermosos cadáveres

que refinabas junto a tus hermanos muertos con

el destilar que hoy compusimos silbando en los

discursos que soban tus huesitos negros.

 

Amuay es un eterno novenario en lo seco:

de huesos de otro tiempo están hechos los rosarios,

los mechurrios no son más que eternos y hondos cirios

que hacen de este desierto nuestra capilla ardiente.

El poder ya escoltó los hermosos cadáveres

que malfloreaban junto a tus hermanos muertos

con crisantemos que una mujer regó llorando

las nueve veces que cuentan tus huesitos negros.

 

Y habrá que acompañarte en cierto tiempo,

porque el tiempo es dinero, Reneduar.

 

Al fin y al cabo, ¿qué es lo que sacamos de la tierra?

Difuntos presionados por el tiempo. Cadáveres

que llevamos encima, quemándolos de nuevo

 

sin más luz que estas velas de la calle Girardot.

El tiempo ya espesó los hermosos cadáveres que

hidrocarburaron a tus hermanos muertos que

refinabas junto a tus hermanos muertos

con crisantemos que una mujer regó llorando

llenando mis ojos de sed por tus huesitos negros.

 

Y habrá que quemarte en cierto tiempo,

Porque el tiempo es dinero, Reneduar.

 

 

 

*Texto inspirado en la tragedia de Amuay, ocurrida en agosto de 2012 cuando una refinería petrolera, ubicada en esa población del estado venezolano de Falcón, explotó matando a 55 personas, hiriendo a otras 156 y dejando a varias familias damnificadas.

 

 

 

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