15 April 2014

Il lirismo ricco e cruento delle cose

Oggi Giuseppe Nibali ci presenta un giovane poeta salentino Matteo Maria Orlando

Pubblicare nella rubrica Dalla Terra impareggiabile un poeta come Matteo Maria Orlando, nato a Gagliano del Capo, in Salento, nel ferragosto 1988, significa affermare una provenienza ineludibile, un magmatico modo di scrivere. Un usus meridionale, caldo, quello di Matteo, che viene sbandierato con forza già dedicando la poesia Macerie al filosofo lentinese Manlio Sgalambro, recentemente scomparso. Le macerie di cui parla Orlando, così simili a quelle quasimodiane della poesia Al padre: «era Messina, tra fili spezzati / e macerie […]», hanno in seno uno «schianto di tetti», uno schianto antiungarettiano, di terra, non d’amore. E proprio questa poesia, tornando a Sgalambro, potrebbe avere in esergo: «Il nascere e il morire sono i due momenti unicamente reali. Il resto è sogno, interrotto da qualche insignificante sprazzo di veglia», stralcio questo, che appartiene all’opera teatrale su Federico II, Il cavaliere dell’intelletto musicato da Battiato. Il resto è sogno, quindi, popolato, come ci si aspetta da un buon lettore di Salvatore Toma, da visioni misteriche, da gigantesche balene (quelle appunto di Totò Franz) su cui Matteo si appoggia per tendersi, per arrivare a dire: «Lascia, signore, / che ti strappi i baffi» reinterpretando il superomismo e volendo, con un doloroso scherzo (che mai si trasforma in scherno) ottenere delle lacrime come prova, divina, d’esistenza. All’ombra di Lucrezio, nel De rerum natura, Orlando tratta, con un lirismo ricco e cruento, delle “cose”, delle ingiustizie, della natura. Fuori dall’epicureismo, dove il dolore diventa un problema ontologico come ontologica è la scelta della iena (altro verosimile animale del bestiario di Toma) «che indaga / la morte negli occhi della preda», quasi a volere conservare un’esclusiva, rigorosa necrofagia. Notevole è poi l’apertura costituita dal senario centrale: «si svela la trama», la stessa che percorre la poesia Labor cultri, dove questo lavoro di coltello si fa ancora più «votato all’affondo» e il poeta si fa conscio «ch’è un tagliarsi il tagliare» e affronta quindi il mestiere poetico come uno scavo masochistico, cavando il soverchio mentre tiene stretto, nell’altra mano, il pugnale traditore di cumpari Alfio (Cavalleria rusticana) e diventando insieme vittima e carnefice della parola, o addirittura (per cavalleresca omonimia) a un tempo Gano e Orlando. Ma Matteo non è poeta di sola formazione meridionale, si intravede nei temi e nei nuclei compositivi, come già nella sua prima raccolta poetica, un pantheon europeo che va da Montale a Borges, da Mandel'štam a Caproni e che rende i temi del poeta universali, oltre che, naturalmente, salentini. Il tutto passa poi per un dichiarato lavoro di falegname, d’ebanista che immerso in un qualche magnifico silenzio sa che «occorre seguire la nervatura /naturale – indovinare i grumi/di vene nel legname/e fiutarne i nodi».

 

Macerie

a Manlio Sgalambro

 

La malta che non tiene

pietra che cede, cade,

rovina nella sera

che annera la collina.

 

Un crollo di ginocchi

è lo schianto dei tetti.

 

 

 

Labor cultri

I

Il falegname in via Malènnio

saluta con un cenno della mano.

Ha gli occhi di noce, la pelle pure,

e quando parla, pialla le parole.

Dice che nel tagliare

occorre seguire la nervatura

naturale – indovinare i grumi

di vene nel legname

e fiutarne i nodi.

 

Io di pialle e chiodi so niente, eppure

sento ch'è un tagliarsi il tagliare.

 

II

La verità sta tutta nel coltello

nella lama che segna

la mela - nella punta

che affonda, che strappa.

 

 

 

De rerum natura

Nel ghigno della iena che indaga

la morte negli occhi della preda

si svela la trama:

il gioco premia il branco,

il canino affilato - votato all'affondo.

 

 

 

Quasipreghiera

Lascia, Signore,

che ti strappi i baffi:

siano le tue lacrime

a dirmi se esisti.

 

 

Matteo Maria Orlando nasce, nel 1988, nel profondo sud Salento. Vive a Roma, dove studia giurisprudenza. Ha pubblicato Mi fa male una donna in tutto il corpo (La Vita Felice - 2012), e sue poesie sono state pubblicate in numerose antologie.

 

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Giuseppe Nibali