19 April 2014

Il ghepardo di Alberto Bertoni

Sara Tardino ci racconta gli animali della poesia

 Io l’ho sentita e la sento
l’unghietta di morte
graffiare la pelle del tempo
ieri sera quando
scendevo dal treno
e una mano mi ha preso
sul collo nonostante il cappuccio alzato
il binario un sentiero soffocato
immerso nel silenzio del ghepardo

Allora, forse, l’ho incrociato
nel sottopassaggio il tipo al quale
squillava dal tascapane un richiamo
e braccio contro braccio
mi sono proposto come partner
per volontà di vento
nel vortice supremo

Non è il “vago augelletto” petrarchiano che con i suoi “gravosi affanni santi” s’assomiglia al poeta. Natura felina e ferina ha questa belva che abita il cuore di Alberto Bertoni.
Lei vive nell’agguato come un cronometro, aspetta il colpo di pistola che la faccia scattare. Bertoni la conosce, la presagisce, la fiuta come un odore familiare di claustrofobico stantio, la sua “unghietta” scalfisce il tempo, lo graffia, lentamente ne sgretola la memoria.
La mano si muove nell’ombra, con l’ansia del criminale cerca la sua vittima, è una mano oscura, conosce il punto debole, non serve ripararsi da lei.
La trappola è ovunque, disseminata: un binario vuoto, un sentiero senza sbocco, un silenzio carico di sciagura: è il ghepardo col suo manto maculato, una bestia vicina all’orsa di Ingeborg Bachmann.
Si materializza e si mimetizza in forme antropomorfe ma non baratta la sua essenza di pericolo mortale; è l’uomo sinistro che porta con sé, nei sottopassaggi, squilli di trombe che richiamano: Adunanza! Adunanza! L’ora è infinitamente tesa e pungente, la creatura così vicina da sentirne il tatto.
Alberto sfida il Ghepardo con una mossa da giocatore d’azzardo, si propone come complice della sua stessa esecuzione, la sua è una volontà coatta d’eco dantesca, volontà di vento, come di colomba trascinata dal desiderio. Nel vortice supremo dell’assenza (o estremo esercizio d’immanenza).
Bertoni ha composto un bestiario dal profilo montaliano, ancorato alla forma, di fattura squisita, senza lasciare la sua passione per le incursioni in un ipereale metropolitano, del secondo Novecento, l’ho letto sulla rivista “Poesia”. Vale davvero la pena.

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Sarah Tardino