14 March 2014

García Román e Nardoni: il suggeritore amoroso

Nella sua rubrica "Il belvedere" Juan Carlos Reche presenta poeti di lingua spagnola e portoghese e i loro traduttori

Il belvedere inizia il suo percorso nella poesia spagnola con due poeti e traduttori di primissima linea: Juan Andrés García Román e Valerio Nardoni. Grazie a El fósforo astillado (tradotto da Valerio Nardoni come Quaderno del suggeritore, Livorno, Valigie Rosse, Premio Ciampi, 2010) è considerato da critica e lettori una delle voci imprescindibili della poesia spagnola di oggi. Dall'edizione italiana di questo libro prendiamo una selezione con l'aggiunta di due poesie inedite.

 

 

Juan Andrés García Román, Quaderno del suggeritore

 

Juan Andrés García Román (Granada, 1979) è considerato una delle voci poetiche più significative della poesia spagnola attuale, ed in particolare i suoi ultimi libri sono apprezzati da più fronti della critica militante. Mentre le prime opere di García Román (pur di valore e riconosciute da importante premi) erano vistosamente debitrici di una certa linea classica, dai toni contemplativi, quasi elegiaci, accompagnati da una metrica perfetta, a partire dal 2009, con l'uscita de El fósforo astillado ('Il fiammifero scheggiato'), la sua poetica è come esplosa, col risultato che oggi la sua scrittura è gradita sia da chi ama una poesia di tipo quotidiano ed esperienziale, sia da chi ama una poesia più metafisica: la voce di García Román – dal timbro inequivocabile – incide il quotidiano come una lama e ne fa sgorgare la meraviglia della poesia, facendo spazio all'ingenuità, alla fantasia, alle incomprensioni, come anche all'intelligenza e al delirio.

C'è un desiderio forte al fondo di questo libro: che la vita non resti ferma al palo della propria nuda esattezza, ma che la nostra lettura del mondo sia la vera realtà, come in questo frammento della Scena d’amore di quest’opera, che di un incontro amoroso rivive la meraviglia come fosse il primo, senza dimenticarne la goffaggine:

 

Nel togliertele di fretta, le tue mutande si erano avvoltolate

e, attorcigliate per terra, disegnavano il segno dell’infinito: ∞.

 

Quaderno del suggeritore è un libro di poesia articolato come un'opera teatrale – è diviso in tre atti –, è un libro sovraccarico di immagini, surreale e barocco, e allo stesso tempo dolcissimo fino all'inverosimile. E tale dolcezza è tutta affidata alla figura del “suggeritore”, appunto, la presenza più originale e intensa del libro. Ovvero: se le poesie in qualche modo raccontano vari episodi della storia d'amore alla quale si è accennato, in calce ad alcune di esse, non tutte, vi è un'annotazione in prosa del suggeritore, il quale, anziché ripetere le battute che i personaggi si scambiano, suggerisce loro il senso poetico che quell'episodio della loro vita avrebbe dovuto avere e invece non ha avuto. Una di queste annotazioni, vale più di cento parole:

 

Quaderno del suggeritore.

Il pupazzo di neve stava seduto al tavolo con il resto dei commensali. Fumava la sua pipa e raccontava i suoi aneddoti. No, non c’era un raccontastorie migliore. Rimanemmo con lui tutta la notte finché non si sciolse e allora tornammo a casa con le piante dei piedi bagnate.

 

Infine, una nota tecnica: rispetto all'opera originale, dal titolo El fósforo astillado, il libro è stato non solo abbreviato, ma anche rimaneggiato: alcune annotazioni del suggeritore sono state ricollocate, e perfino alcune poesie possono dirsi nuove, in quanto composte usando delle strofe di altre poesie tagliate. Non è un riassunto questo, ma un'opera più piccola: per una volta forse non si parlerà di infedeltà del traduttore, ma di fiducia dell'autore! Quaderno del suggeritore è un'opera creata appositamente per la prima uscita della collana Valigie Rosse Poesia, la nuova sezione di poesia del più noto premio musicale livornese intitolato a Piero Ciampi, che dal 2010 premia ogni anno un poeta straniero ed uno italiano. Gli stranieri, si legge in appendice, vincono la traduzione di un loro libro; gli italiani la pubblicazione di un volumetto di inediti, ma per tutti la proposta è la stessa: quella di fare un libro insieme. Oggi questi libri sono 8, come si può vedere nel catalogo del sito valigierosse.net.

Valerio Nardoni

 

LA PRIMA CENA

 

Facciamo finta che il caffè sia champagne

Jim Jarmusch (Coffee and cigarettes)

 

 

Prima la papera e dietro i paperotti:

in quest’ordine li prendesti dalla casseruola.

La forchetta sulla pelle croccante

e il coltello: a quest’accordo non arriverebbe Aragall.

 

Alla luce delle candele, il tuo calice sporco di impronte digitali,

ma nessuna sul mio. Il pesce nuota nel vino.

Il vino astrale. Contempli il grappolo sul petto dell’aquila:

l’emblema vinicolo di Baden?

Che importa cosa sia – mi dici,

mi dici che non devo afferrare la realtà

con i nomi, che non le assegni mai un mostro déjà vu.

Meglio palparla come i bambini,

guarda il prato cresciuto nel piatto

–così l’origano è più fresco! –,

non perderti la bella fragola rossa coperta di papille gustative

o che a fianco di piatti impilati,

l’osso della seppia e il nocciolo del mango

si elargiscano amore come la vespa e l’orchidea del filosofo.

 

Va bene, lo confesso: amo quella natura nel tuo sguardo ultimo,

non ho interrogato tutti i sentieri del paese,

tale egemonia non esiste: la realtà, ti dico, la realtà

è una spruzzata d’inverno.

Dalla parete spuntano degli animali? Il cinghiale e il cervo

non vogliono essere solo una testa. Vengono dalla parete

con l’ameno trotterellare dell’irrazionale.

Si dirigono alla nostra primavera

di sensi.

Dopo, il tuo nervosismo ha fatto sì che rompessi

la candela sulla bottiglia; e mentre ancora pensavi a che fare,

reggesti nella mano la candela accesa:

Lady Macbeth di Füssli, la libertà che guida i fantasmi.

 

 

 

 

 

LA SCENA D’AMORE DI QUEST’OPERA

 

che le parole spuntino

come spuntava il vello delle bambine,

il desiderio del vello occulto delle bambine

Alberto Tesán

 

 

PRIMO LIVELLO

 

Si mettevano un fazzoletto sotto il viso mentre si baciavano, come quando si avvicina a un viso malato un cucchiaio pieno di sciroppo. Lui reggeva il fazzoletto. (Che non cada né si sprechi nulla. Che non macchi).

 

Nel togliertele di fretta, le tue mutande si erano avvoltolate

e, attorcigliate per terra, disegnavano il segno dell’infinito: ∞.

 

Non capisco quello che dici né perché lo dici.

E poi, promettesti di sognare una poesia.

 

Siamo così giovani...,

ci amiamo: ci diciamo l’un l’altro animale.

-Amarci tanto. Amaranto.

Il tuo sesso, una palpebra fra il tuo corpo e il mio corpo.

 

Sei un vecchio sporcaccione, non un giovane! E poi, io non conosco uomo. Il copione parlava solo di «amore tra le anime», di affinità, di «vero» amore.

 

Perdesti la verginità.

Adesso restano solo tre goccioline di sangue che si stanno scurendo su un materasso: lacrime ossidate in giorni di pioggia.

 

Tre gocce, tre apostoli:

Maria, il discepolo amato e Maddalena.

 

 

SECONDO LIVELLO

 

Il primo amore.

Come se tu fossi nevicata su tutte le cose: questa era la mia ossessione. Come se fosse nevicato, ma di pelle tua: automobili, alberi, marciapiedi, uccelli coperti di pelle tua come neve. Un mondo fatto di te, della tua anima, della tua pelle umana, come le lampade dei nazisti.

 

Il primo amore fu morderti il lobo dell’orecchio

coi miei denti di latte,

abbracciarti con le mie braccia di latte,

dirti all’orecchio «sempre» con la mia morale cattolica di latte.

 

QUARTO LIVELLO

 

Le tue ovaie sono due uova appena deposte e sotterrate da una tartaruga.

Il tuo sesso è un libretto incastrato tra le tue cosce: scorro le sue pagine, ti amo.

Il tuo sesso è un libretto simile a delle piccole Tavole della Legge, anche se al centro si apre come le porte di un saloon del west.

 

 

PER CAPITA

 

Il primo re era deforme;

nacque con una protuberanza sopra il cranio che chiamarono

corona,

ma quella deformità gli attribuì molto potere.

Quella fu l’unica corona di osso, l’unica autentica corona:

una sola corona vera in tutta la storia degli uomini.

A partire da allora, il resto dei re simulavano

la deformità

con corone di argilla acciaio oro.

 

 

 

Quaderno del suggeritore.

Un carcere, forse in mezzo al deserto, che al posto di sbarre e pareti consiste in un insieme di tende e altre tende. I prigionieri sognano che si alzi un vento capace di sollevare e far volare tutte le tende. Di fatto, danno il nome di «Libertà» a quel vento promesso. Tuttavia, il loro sogno si riduce alla mattina bianca e illimitata in cui il vento si porta via le tende: quel momento esatto, perché non concepiscono l’inesistenza di tali tende, e ancorché la percepissero, parrebbe loro ugualmente oppressiva. Insomma, quell’istante soltanto: il vento che le alza.

 

Quaderno del suggeritore.

Un bottone al posto di un dogma o di un’idea. Abbottonare le cose ai loro usi. Un bottone che unisce al materasso la schiena del pigiama di chi dorme. Un altro bottone che unisce il palmo dei guanti del soldato con la parte laterale delle cosce, perché stia in ordine e in riga. O un altro, per esempio, che unisca il palmo di un guanto con quello di un altro guanto per obbligare alla preghiera. In definitiva, una sottile dittatura che consiste in bottoni dispersi sulla pelle delle cose.

 

(Da Quaderno del suggeritore)

 

 

 

 

 

REQUIEM E FUGA MOLTO LONTANO

 

Quando domani mi sveglierò e non vedrò

il letto di mio fratello

parallelo al mio come un segno di uguale

né il suo corpo là sopra come un parterre

né il suo viso e i suoi occhiali come fiore di quel parterre,

 

quando le piante dei nostri piedi non indicheranno l'alba.

 

Quando domani mi alzerò

e mi toglieranno il sangue in una sala bianca per sempre,

quando mi metteranno un laccio di gomma

e alla fine del bracciolo della poltrona

si chiuderà un pugno e si aprirà una mano

come liberando qualcosa o come

prendendo in prestito qualcosa dal Signore.

 

Quando domani mi alzerò presto per andare a scuola,

ma nel mio banco si sarà seduta la morte bambina.

 

Quando, vedendo l'ombra degli oggetti,

diventerò di nuovo triste e, allora,

per scappare dalla vita, metterò la testa nel cappio

ma il resto del corpo non c'entrerà

e rimarrò appeso al cielo

 

contemplando

 

la testa del corpo del Signore,

le ginocchia del corpo del Signore,

il cuore del corpo del Signore.

 

Quando domani suonerà la sveglia

 

ma la luna marcita avrà il verme,

quando pioverà tanto da darmi un versamento

al polmone e, accestendo là dentro, la primavera,

come un chicco di miglio che nel crescere si porta dietro il guscio,

io mi spinga insieme ai miei vecchi maestri,

coloro che gettarono il ramo di un bastone

e morirono gocciolando sulle cattedre

di una scuola futura

 

e una ricreazione di bimbi albini e felici.

 

 

 

 

MAZZO DI FIORI MISTI

 

I poeti romantici lanciano

sguardi obliqui alle loro opere postume,

le loro lettere si sfiorano nella cassetta

come carezze sul dorso delle mani,

il loro torace non termina nell'addome

ma in un sottile stelo

che si unisce ad altri steli

dentro un anello.

 

Nelle tasche della sua giacca

si cerca la mano di Napoleone.

I poeti romantici

hanno i capelli bolliti e gli occhi

piluccano il bordo degli occhiali

come una vasca dei pesci. Di certo

preferiscono la luce zombi dell'imbrunire,

che è quell'ora in cui prendono la penna

e scrivono le arringhe

contro i loro arcinemici di poco più in basso,

i poeti che parlano di fiori

(e quelli a cui la bocca sa d'acqua di brocca).

 

Quello che i poeti romantici non sanno

è che loro stessi,

e gli altri pure, sono fiori secchi

di un mazzo nell'alcova di una vedova,

e che il bocciolo che non si è aperto,

nella cui testa ripongono tutte le loro speranze

stilistiche, non si aprirà mai,

che il solleticamento della brezza

è solo la traiettoria di una mosca sulla nuca.

 

Non lo sanno, ma lo sapranno

questa notte stessa,

quando la vedova uscirà verso il cancello cigolante

e li metterà, insieme ad altre immondizie,

sotto le stelle che non smettono

di crescere.

 

(Inediti)

 

 

 

 

 

 

 

 

LA PRIMERA CENA

 

Finjamos que este café es champagne

Jim Jarmusch (Coffee and cigarettes)

 

Primero la pata y detrás los patitos:

en ese orden los sacaste de la cacerola.

El tenedor sobre las hebras

y el cuchillo: a ese acorde no llegaría Aragall.

 

A la luz de las velas, tu copa sucia de huellas dactilares,

mas ninguna en la mía. El pez nada en el vino.

El vino astral. Contemplas el racimo en el pecho del águila:

¿el emblema vinícola de Baden?

Qué más da lo que sea – me dices,

me dices que no debo asir la realidad

por el nombre, que no le asigne nunca un monstruo déjà vu.

Palpémosla mejor como los niños,

mira el césped crecido en el plato

–¡así el orégano está más fresco! –,

no te pierdas la hermosa fresa roja cubierta de papilas gustativas

o que al lado de platos apilados,

el hueso de la jibia y el del mango

se dispensen amor como la avispa y la orquídea del filósofo.

 

Está bien, lo confieso: amo esa naturaleza en tu mirada última,

no he interrogado todas las sendas del país,

tal hegemonía no existe: la realidad,

te digo, la realidad es la salpicadura del invierno.

¿De la pared emergen animales? El jabalí y el ciervo

no quieren ser tan sólo una cabeza. Vienen de la pared

con el ameno trotecillo de lo irracional.

 

Se dirigen a nuestra primavera

de sentidos.

Luego, tu nerviosismo ha hecho que rompieras

la vela en la botella; y mientras aún pensabas qué hacer,

sostuviste en la mano la vela encendida:

Lady Macbeth de Füssli, la libertad guiando a los fantasmas.

 

 

 

 

 

LA ESCENA DE AMOR DE ESTA ÓPERA

que las palabras broten

como brotaba el vello de las niñas,

el deseo del vello oculto de las niñas

Alberto Tesán

 

PRIMER NIVEL

 

Colocaban un pañuelo debajo de los rostros mientras se besaban, como cuando se acerca a un rostro infermo una cuchara llena de jarabe. Él sostenía el pañuelo. (Que no se caiga y desperdicie nada. Que no manche).

 

Al quitártelas con prisa, tus bragas se habían enrollado

y, retorcidas sobre el suelo, dibujaban un símbolo de infinito: ∞.

 

No entiendo lo que dices ni para qué lo dices.

Además, prometiste haber soñado un poema.

 

Somos tan jóvenes...,

nos amamos: nos decimos uno al otro animal.

– Amémonos. Anémonas.

Tu sexo, un párpado entre tu cuerpo y mi cuerpo.

 

¡Eres un viejo verde, no un joven! Y además, no conozco varón.

El guión sólo hablaba de «amor entre las almas», de afinidad, de

«verdadero» amor.

 

Perdiste la virginidad.

Ahora sólo quedan tres gotitas de sangre oscureciéndose

en un colchón: oxidadas lágrimas en días de lluvia.

 

Tres gotas, tres apóstoles:

María, el discípulo amado y Magdalena.

 

 

SEGUNDO NIVEL

 

El primer amor.

Como si hubieras nevado sobre todas las cosas: tal era mi obsesión. Como si hubiera nevado pero de piel tuya: automóviles, árboles, aceras, pájaros cubiertos de piel tuya como nieve. Un mundo hecho de ti, de tu alma, de tu piel humana, igual que las lámparas de los nazis.

 

El primer amor fue morderte el lóbulo de la oreja

con mis dientes de leche,

abrazarte con mis brazos de leche,

decirte al oído «siempre» con mi moral católica de leche.

 

 

 

 

CUARTO NIVEL

 

Tus ovarios son dos huevos que acaba de poner y enterrar una tortuga.

Tu sexo es un librito enclavado entre tus muslos: paso sus páginas, te amo.

Tu sexo es un librito parecido a unas pequeñas Tablas de la Ley, aunque se abra por el centro como las puertas de un saloon del oeste.

 

 

 

 

PER CAPITA

 

El primer rey era deforme;

nació con una protuberancia sobre el cráneo que llamaron

corona, pero esa deformidad le confirió mucho poder.

Ésa fue la única corona de hueso, la única auténtica corona:

una sola corona de verdad en toda la historia de los hombres.

A partir de entonces, el resto de los reyes simulaban

la deformidad

con coronas de arcilla acero oro.

 

 

Cuaderno del apuntador.

Una cárcel, quizá en medio del desierto, que en lugar de paredes y barrotes consiste en cortinas y más cortinas. Los presos sueñan con que se levante un viento capaz de alzar y hacer volar todas las cortinas. De hecho, dan el nombre de «Libertad» a ese viento prometido. Sin embargo, su sueño se reduce a la mañana blanca e ilimitada en que el viento se lleva las cortinas: ese momento exacto, porque no conciben la inexistencia de tales cortinas e incluso, si la concibieran, les parecería igual de opresiva. Es decir, ese instante solamente: el viento alzándolas.

 

 

Cuaderno del apuntador.

Un botón en lugar de un dogma o de una idea. Abotonar las cosas a sus usos. Un botón que une la espalda del pijama de aquel que duerme al colchón. Otro botón que une la palma de los guantes del soldado con la parte lateral de sus muslos, para que forme y se cuadre. U otro, por ejemplo, que une la palma de un guante con la de otro guante para obligar al rezo. En definitiva, una sutil dictadura consistente en botones dispersos por la piel de las cosas.

 

 

 

(De El fósforo astillado)

 

 

 

 

 

RÉQUIEM Y FUGA MUY LEJOS

 

Cuando mañana despierte y no vea

la cama de mi hermano

paralela a la mía como un signo de igual

ni su cuerpo en ella como un parterre

ni su rostro y sus gafas como flor de ese parterre,

 

cuando las plantas de nuestros pies no señalen el amanecer.

 

Cuando mañana me levante

y me saquen sangre en una sala blanca para siempre,

cuando me pongan una pulsera de goma

y al final del brazo del sillón

se cierre un puño y se abra una mano

como soltando algo o como

tomando prestado algo al Señor.

 

Cuando mañana me levante temprano para ir al colegio,

pero a mi pupitre se haya sentado la muerte niña.

 

Cuando, al ver la sombra de los objetos,

me ponga triste otra vez y, entonces,

por escapar de la vida, meta la cabeza en la soga

pero el resto del cuerpo no quepa

y me quede colgando del cielo

 

y contemplando

 

la cabeza del cuerpo del Señor,

las rodillas del cuerpo del Señor,

el corazón del cuerpo del Señor.

 

Cuando mañana suene el despertador

 

pero la luna podrida tenga un gusano,

cuando llueva tanto que se me encharque

el pulmón y, entalleciendo en él, la primavera,

como un grano de mijo que lleva al crecer su cáscara,

me impulse junto a mis maestros viejos,

los que echaron la rama de un bastón

y murieron goteando en las cátedras

de un colegio futuro

 

y un recreo de niños albinos y felices.

 

 

 

 

 

RAMO MIXTO

 

 

Los poetas románticos lanzan

miradas oblicuas a sus obras póstumas,

sus cartas se rozan en el buzón

como caricias en el dorso de las manos,

no les acaba el tórax en abdomen

sino en un fino tallo

que se une a otros tallos

dentro de un anillo.

 

En los bolsillos de su chaqueta

se busca la mano de Napoleón.

Los poetas románticos

tienen cocido el pelo y sus ojos

picotean la esquina de las gafas

como en una pecera. Sin duda

prefieren la luz zombi del atardecer,

que es la hora en que toman la pluma

y escriben las soflamas

contra sus archienemigos de un poco más abajo,

los poetas que hablan de flores

(y a los que la boca les huele a agua de jarrón).

 

Lo que los poetas románticos no saben

es que ellos mismos,

y los otros también, son flores secas

de un ramo en una alcoba de viuda,

y que el capullo que no ha abierto

y en cuya cabeza depositan todas sus esperanzas

estilísticas, nunca va a abrir,

que el cosquilleo de la brisa

es sólo el rumbo de una mosca en la nuca.

 

No lo saben, pero lo sabrán

esta misma noche,

cuando la viuda salga a la chirriante puerta

y los coloque, junto a otros trastos,

bajo las estrellas que no paran

de crecer.

 

(Inéditos)

 

 

 

 

 

 

Juan Andrés García Román (Granada, Spagna, 1979) è un poeta, traduttore e critico letterario spagnolo. Autore di varie raccolte poetiche – fra cui Soledad que da al mar (2004), Perdida latitud (2004) e Canciones de Lázaro (2005), tutte insignite di vari premi nazionali – è con il quarto libro che trova il timbro autonomo della sua voce e conquista un posto di rilievo nella poesia spagnola di oggi: El fósforo astillado (2008) è una delle proposte più fresche e innovative di questi anni, e può considerarsi un’opera di valore generazionale. Questo libro ha ottenuto in Italia il Premio Ciampi – Valigie Rosse ed è stato tradotto a cura di Valerio Nardoni con il titolo Quaderno del suggeritore (Livorno, Valigie Rosse, 2010). García Román ha pubblicato in seguito la raccolta La adoración (2011) e sta lavorando ad un altro libro, da cui vengono estratti i due inediti qui proposti. Fra le sue traduzioni si ricordano in particolare i volumi Poemas a la noche y otra poesía póstuma y dispersa di Rainer Maria Rilke e Las elegías di Friedrich Hölderlin.

 

 

Valerio Nardoni (Livorno, 1977), ispanista, si occupa di letteratura e traduzione letteraria, materie che attualmente insegna presso l'Università di Modena e Reggio Emilia. Per Passigli Editori ha tradotto numerose raccolte di poesia spagnola (P. Salinas, F. G. Lorca, P. Neruda, Á. Crespo, A. Sánchez Robayna), iniziando la sua collaborazione con La ferita nell'essere, una particolare antologia dell'opera di Mario Luzi, poi ripubblicata nel 2005 con la “La Repubblica”. Ha inoltre tradotto un'antologia dell'opera di Federico García Lorca per “Il Corriere della Sera”, e, per i tipi di Einaudi, la raccolta di racconti Mentre le donne dormono di Javier Marías. È direttore della sezione straniera del Premio Ciampi – Valigie Rosse, di cui è uno dei fondatori. È autore di un romanzo, dal titolo Capelli blu, uscito nel 2012 per le Edizioni e/o.

 

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Juan Carlos Reche