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In prima elementare non avevo colto in modo preciso il senso delle mie mattine... non mi ricordo molto di quel periodo, più che altro la sensazione di avere molte cose su cui riflettere, e che quelle ore, fossero in un certo senso, il tempo per pensare, fuori dal gioco, fuori da casa, fuori dal mondo... Ma non era un isolamento completo, i gesti li accordavo perfettamente a tutti gli altri, insomma bluffavo... Sapevo che se aprivano un certo libro, io dovevo aprire lo stesso libro, la pagina però, ritenevo che fosse a mia discrezione... mi accorgevo che stavano leggendo un’altra cosa, ma non so come, mi ero convinta di far bene leggendo tutti i giorni la stessa pagina, una che avevo trovato io, e che credevo fosse l’unica che sapevo leggere, ironia del destino... era una poesia. Mia madre ogni tanto, ricorda come si stupirono tutti, quando a giugno scoprirono che sulla mia bandierina da scrivere per la festa finale, avevo scritto una specie di distico in rima... Forse si sarebbero stupiti meno, se si fossero accorti che il mio problema non era, come temevano, una forma di dislessia, ma una sorta di maniacalità, graziata dal fatto di poter diventare un bene. C’era tanto da stupirsi se dal mio sguardo, che per nove mesi era scorso su e giù per la poesia del ragnetto senza ago e senza filo, alla fine erano venute fuori due cose... il saper fare una rima, e il sapere a memoria quella poesia? Come mi tornò utile la prima l’ho già detto, e per la verità ho anche il sospetto che la mia bandierina mi abbia salvata da un’improbabile bocciatura in prima elementare. La memoria invece, mi fece gioco un mese più tardi. Se alla scuola dedicavo il silenzio per cui non avevo tempo a casa – contrariamente a quanto si crede, i figli unici hanno poco tempo per il silenzio- all’estate dedicavo l’energia delle scorribande, nessuno può inventare quanto i figli della riviera, in quei magnifici mesi di semi autonomia che nella Romagna adulta hanno un nome per antonomasia, la Stagione. Nei cortili degli alberghi di famiglia, dove gli amici vanno e vengono ogni settimana con i loro accenti e i loro giochi del mare, tu sei sempre quello che rimane, che conosce tutti ma non è mai come gli altri, tu non sei in vacanza... quindi ovviamente lavori. Il mio lavoro io l’avevo trovato, organizzavo lo spettacolo dei bambini nel cortile sul retro, repliche ogni sera finché i genitori non si stufavano o qualcuno non partiva, nell’estate dell’85 la direzione artistica era passata a me, l’innovazione era... niente recita, quest’anno ognuno fa quello che vuole. Non so come mi sia venuta a sei anni, una così divertente profezia, ma mi ricordo quanto ero felice, in piedi su una cassetta della frutta, a dire la poesia del ragnetto senza filo. Tutto questo per dire che a volte, pensiamo di fare una scelta, come è stato per me, nell’estate del 1996, quando la poesia è entrata nella mia vita come fa un amore, che arriva si mette al centro e ti dice... “adesso cambia tutto, perché ogni tre secondi non potrai fare a meno di pensare a me, di trovarmi alla radice di tutte le cose ultime e vere, di aspettarmi ogni volta che senti muovere tutto, di portarmi come una ferita che si riapre... perché sai che io sono la tua pena e la tua cura, se sarò ansia sarai ansia, mi vedrai passare dappertutto, anche nelle canzoni o nei film, nei gesti delle mani, in molti volti, o soltanto in uno, ci sarò anch’io, potremo darci molti nomi e scambiarceli, se vorrai potrai darmi il tuo nome, tanto ormai il tuo nome è il Mio Nome.” Quando la poesia è arrivata è stata una febbre piena di coscienza, con la solita maniacalità graziata, sapevo che quella non era davvero una scelta, era l’unica vera scelta a cui dire il sì più deciso e totale, quello che non ricordavo, è che in realtà non stavo scegliendo, ma soltanto dicendo quel si, a qualcosa che forse mi aveva già scelta molto prima, e che si stava solo ripresentando al momento giusto. Indipendentemente dagli esiti che avrà, e che non sono mai assicurati, la poesia merita sempre e comunque quel si, merita sempre un’attesa e un’attenzione totali. Credo in una resistenza estrema e innata delle cose più vere, in quell’ossicino di cui parla Grossman in un libro, che non brucia nel fuoco e non si decompone dopo la morte, e da cui l’uomo verrà ricreato, la parte ultima di noi stessi che è anche la prima, e che non è detto sia dentro di noi, potrebbe anche essere in qualcun’altro. Ammesso che il mio ossicino sia la poesia, io la trovo sempre in un altro, la mia poesia ha bisogno di dire tu, di parlare sempre a qualcuno. Dicendo “tu” ad uno che guarda altrove, cerca in realtà di parlare a tutti quelli che guarda in faccia, cerca di dire una verità, magari piccola, ma guardata instancabilmente, come quella poesia sul ragnetto a sei anni... Una verità sull’amicizia, sull’amore, anche su quello non corrisposto, sulla sua materia feroce, che dura e cambia forma senza andarsene...e attraverso questo cerca di dire la giovinezza, in un disvelamento sempre più disarmato, nel suo stare faccia a faccia con il niente, col desiderio, con l’ansia, con lo sperare.
Isabella Leardini
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