11 April 2014

Andrea Donaera, autentico tra libertà e narrazione

Vi presentiamo uno ad uno i semifinalisti del Premio Rimini, tutti saranno a Parco Poesia

La poesia di Andrea Donaera è fatta di lampi forti e delicati, di aperture concrete e sorprendenti che non risparmiano nulla, a tratti di una lucidità che taglia, entra, arriva. Da questa antiliricità sincera, nel rapporto tra libertà metrica e narrazione, viene fuori la sua voce, una voce autentica alimentata dal fuoco del sud, da impressioni e dettagli di scene d’amore e amicizia.

Valerio Grutt

 

 

Ti ricordi il nostro cadere in versi

a casaccio? Era infantile il giocare,

ma decrepito il senso – niente spazio

per un’età di mezzo. Era versare,

non verseggiare; far scolare il dire

fra gli anfratti dei volti troppo timidi,

immischiarsi in giochi sporchi di sillabe.

Ci conoscevamo, bisogna ammetterlo:

ero il tuo oroscopo e tu eri il mio

quando ti versavo un «Buongiorno, cara»

fra le labbra e la tazza di caffè.

 

*

 

C’è rifugio nel misticismo grezzo

che suscita il tramonto. Tramortito

vi lascio tutto – e questo sa di fine

vecchi alle panchine di Piazza Candia,

bimbi aspiranti Del Piero giù al porto,

e pensionati all’ombra delle chiese.

Lascio il giallastro della Cattedrale,

la sabbia sporca della Purità,

e lo sgretolarsi delle fontane.

L’ideale dell’olio buono, lascio,

dei calamari ripieni, dei gamberi.

Questo nostro rifugio. Questo nostro

amarci di pietra e terra. Gallipoli,

cara, quanto sai di fine, così

simile a una Madonna che mai

appare.

 

*

 

Mi dovete delle congratulazioni

perché ho reciso il desiderio di

spiccare il volo dal balcone – da

un probabilmente innocuo secondo

piano – stritolando

quest’epoca (stanca)

col cordone del vociare del bar,

dei rumori vincenti delle slot,

del barista che sbatte le tazzine

(stanco) sul bancone –

come rivendicando

un potere scorbutico dal suo

altare di cappuccini e caffè.

 

*

 

Andrea o Andrea mi chiamo, e non ho

scelta, nemmeno ambisco all’ambizione

di essere altri. Già nel dirmi, lo so:

solo con questo me posso schierarmi

nella guerra di ogni mattina – guerra

di sonno, colite, e di voglia assente,

guerra afosa, chiuso in bagno (trincea

di scelte dure: «Quale Andrea muore

oggi? Oggi poi quale vita mi tocca?»).

 

 

*

 

Antonio, questa non è una poesia,
ma tu lo sai: non sono bravo senza versi, io –
sono un animale io, e quindi faccio versi:
l’ho sempre detto, e tu lo sai. Puah. Bah. Comunque.
Caro amico ti scrivo in questi giorni strani.
C’è un sacco di fermento: nuove pubblicazioni,
la casa di Carmelo che diventa museo,
trenta alla prova di scrittura filosofica,
quattrocento euro in più sulla pensione. Antonio:
di cosa mi lamento? Dei suoi occhiali da sole –
è chiaro – e dei capelli legati e tinti scuri
e del guardare altrove che sempre mi riserva.
E che facciamo, Antonio? Tu prendi un cicchetto. Io
prendo il pullman. Torno a casa. Mi stendo, piango.
Tu mandami comunque la mail con le statistiche
(che domenica vinco la scommessa e le mando
un mazzo di fiori a casa. Che dici?).
Noi dovremmo drogarci seriamente. Non erba
(non solo, almeno). Insomma, dimmi, come affrontiamo
questo nostro hinterland? Ci vuole coraggio. Io
non ce l’ho. Tu nemmeno. Dimmi. Tu quante volte
ogni giorno pensi alla morte? Con tutti quei
filosofi che leggi poi... ci penserai sempre.
Non è l’amore, no, si sa, quello va e viene.
È una questione di occhi. Quelli restano.
E chi li mette in ordine adesso questi versi?
Tu mi diresti, Antò, di lasciarli così.
Che tanto la vita è disordinata.
E la poesia è vita, no? Lo diciamo
sempre. Sempre a dir cazzate, noi, Antonio.

 

*

 

In quel tempo tu eri una cartolina –

per cartolina intendo qualcosa d’immortale

immortalato su qualcosa che sbiadisce.

Ti venivo dietro, io, finite le lezioni,

lungo i corridoi stretti – ci affiancavamo fuori.

Il signor Gianbattista certo collezionava

cartoline: è per questo che quel giorno d’aprile

il signor Gianbattista si avvicinò a te. Chiese:

«Ma tu di dove sei?» con un fare simpatico.

«Serrano», rispondesti. «Davvero? Io di Maglie»,

disse tutto contento il signor Gianbattista.

Facesti per andartene, ma lui parlava ancora:

«Siamo vicini. A Maglie ci vieni mai, di sera?»

«Delle volte, non sempre», dicesti un po’ stizzita.

«E allora ci vediamo una di queste sere?» –

il signor Gianbattista scopriva le sue carte.

Ridendo rumorosa mi guardasti. «Dai, andiamo?»,

prendendomi la giacca. «Dove?». «Al bar». Il signor

Gianbattista era incredulo. Taceva e ci guardava.

Dovevamo sembrare una di quelle coppie

che si amano così tanto da così tanto

che non sembrano nemmeno una coppia.

Al bar poi non ci andammo – che il signor Gianbattista

(temevamo) ci avrebbe seguiti per scoprire

cos’è che bevi per poi offrirtelo domani.

Con la solita scusa dei libri da comprare

ti portai in giro al mio fianco per tutto il giorno.

Ai rintocchi del sole luccicavi – brillavi.

Brillavi di una luce che è stanca di brillare,

“Che non sono bella, io” sembravi sussurrare

quando in realtà dicevi: «Un signor Gianbattista

oggi, un altro signor Gianbattista domani

e mi rinchiudo in casa». “Se fossi meno bella”,

pensavo senza dire – che il mio starmene zitto

ti piaceva. Brillavi, dell’ultimo bagliore

dei fuochi d’artificio che chiudono le feste.

Chi ti scopriva bella ti accendeva di quella

luce che brucia solo – che infiamma ma non scalda.

Amavo quel brillare. Amavo quel brillare –

se quindi ti dicessi che ti ho amata sarebbe

un mentire malsano, mentire con poesia. (anche no)

Il signor Gianbattista può vantare il demerito

d’essere stato miccia – quel giorno più del solito.

Brillavi così tanto che, adesso che ti porto

al petto, a quel ricordo brilli come medaglia –

brilli come medaglia (che cosa emozionante)

ma comunque accanita (c’è da dirlo) sbiadisci .

Come quelle cartoline che dopo

averle ricevute dimentichi di averle

mai ricevute. Banale sbiadisci.

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Valerio Grutt