6 April 2017

Anche Noemi De Lisi è fresca di stampa

La seconda classificata della scorsa edizione leggerà alla Festa in versi del Premio Rimini insieme ai giudici, ai finalisti di quest'anno e a molti ex finalisti delle scorse edizioni

E' appena uscito per Ladolfi Editore, con prefazione di Giulio Mozzi, "La stanza vuota" esordio di Noemi De Lisi, la seconda classificata al Premio Rimini della scorsa edizione. 

Sabato pomeriggio alla Festa in Versi (Felici Nove il Salotto, ore 16.00) leggerà per la prima volta dal suo libro edito insieme alla vincitrice 2016 Irene Paganucci e a molti altri finalisti delle scorse edizioni, ai membri della giuria e ai finalisti di quest'anno appena premiati. Sarà una festa aperta alla città e a tanti ragazzi dei laboratori di poesia nelle scuole di Rimini. 

 

[Dalla sezione “Io e mia madre”]

 

III

 

Fra quelli che conoscevo ero l’unico a non avere una casa.

“Da morta mia madre non mi lascerà niente” ripetevo agli altri

“non ha nemmeno una tomba per morire”.

E sorridevo di rabbia, sputavo per terra mentre lo dicevo.

Sopportavo i morsi che mi davo da dentro se mi ricordavo di lei,

di lei che mi diceva: “Non ti posso vedere infelice, figlio mio”.

Poi mi raccomandava la sua morte: “Quando sarà mi devi bruciare.

Buttami nel vento, fammi volare” mi pregava “fammi volare”.

E non sapevo dove mettere gli occhi mentre lo diceva:

“Non in faccia” pensavo “non devo guardarla”.

Allora picchiettavo le nocche sotto il tavolo: toc toc.

“Cos’è? Hanno bussato?” subito si preoccupava.

“Vado a vedere io, tu sta’ qua”.

Mi alzavo svelto nella gioia del tranello e all’ingresso mi fermavo.

Davanti alla porta ad alta voce chiamavo: “Chi è? Chi è?”

e aspettavo lì quale voce doveva venire anche se l’ultima era stata la mia.

 

 

VIII

 

Con tutto me stesso avrei voluto strapparmi,

tirarmi via, colpirmi, rimanendo fermo senza urli

per non svegliare mia madre col mento sul petto

seduta al tavolo della cucina nel suo respiro fioco.

 

Immaginare un botto in fondo al corridoio nero,

scambiare quel rumore per il nome di un morto,

fermarmi nel buio con l’orecchio teso a tremare.

Fare finta di niente, tornare nella mia stanza vuota,

gemere piano nell’insonnia: “Mamma, dormi ancora?”

Ridere in un sussurro per quel dolore, smettere di dire:

“Un corpo, una sola vita. Un corpo, una sola volta”.

 

Avrei voluto voltarmi ed essere un altro in silenzio

non ricordare più di aver parlato ad alta voce,

di essermi dimenato senza musica alla festa,

di essere stato veramente io in tutto quel fragore.

 

[Dalla sezione “Io e Anna”]

 

XX

 

Non la vidi mai dormire, eppure, lo sapevo, Anna viveva.

Le baciavo gli occhi per farglieli chiudere ma subito li riapriva.

Spesso ebbi il dubbio che me la fossi inventata, ma era vero,

il viso le tremava, le afferravo il mento e le dita mi vibravano.

 

Passavamo le sere per strada, non volevamo mai tornare a casa.

Lei si fermava a leggere ogni cartello affisso mentre io scalpitavo:

“Avanti muoviti”, la tiravo senza sapere dove andare, e lei mi picchiava,

mi graffiava, col viso pieno di grinze, gli occhi stupiti, tutta spettinata.

 

Poi cominciai a camminare da solo, in fretta, con gli occhi bassi.

Ogni tanto parlavo fra me come un pazzo e ringhiavo fra i denti una risata:

“Forse non c’è mai stata!”. Passava un giorno o un anno per tutta la città.

Non amavo nessuno, lei era partita, e io non seppi più niente della sua vita.

 

 

 

XXIII

 

Avrei voluto un morto in casa per poterti scrivere.

Per dirti: “È morta mia madre. Sono morto io. Corri!”.

Mia madre mi porta le lettere col tuo nome scritto dietro.

Taglio la busta, sfilo i fogli con le frasi fitte, li strappo,

li accartoccio, li infilo in bocca, comincio a masticarli.

Poi prendo la penna e faccio quella cosa, ti scrivo come se non fossi tu:

 

Cara Anna,

oggi è arrivata l’ennesima lettera di Anna, l’ho distrutta.

Lei per prima mi ha fatto questa violenza. Non la rivedrò più.

Vive e non posso neanche immaginarla perché è partita.

Ha cambiato tutto di sé, non sta più appresso alle mie pazzie.

Quando mi sono svegliato, stamattina, avevo i capelli lunghi;

mi sono accorto che sfioravano le spalle ma non mi davano fastidio.

Da dietro potevo sembrare lei: magari qualcuno mi avrebbe chiamato

col suo nome, ma non mi sarei voltato, per non rovinare tutto.

A maggio sarà un anno che è andata via, e non le ho scritto mai un rigo.

Non ho nulla di importante da dire, nessuna notizia bella o brutta.

Non posso scrivere cose che non accadono, non posso scriverle:

“Anna, non sopportavo di vederti fuori da me. Anna, era per amore”.

Se solo avessi ancora morti in casa per poterglielo scrivere;

se solo stamattina mi fossi svegliato col rumore di un pianto.

Ma in casa non ci sono più urla, è il vento a sbattere tutte le porte,

nessun lume rimane acceso nel buio, noi ancora non siamo morti.

 

[Dalla sezione “Noi”]

 

XXX

 

Avevamo paura di tornare a casa

eppure non pensavamo ad altro.

Acceleravamo il passo nella notte:

“Vai piano, non farti vedere.

Solo i pazzi corrono da soli per strada.”

Ci mettevamo a parlare frenetici,

per esaurire nella voce quella fretta.

Più ci avvicinavamo alla casa e più parlavamo forte

fino a urlare, fino a diventare rauchi:

“Se oggi morisse un cane, se oggi morisse un uomo

sarebbe lo stesso, oggi, prima di tornare a casa.”

Arrivati nella piazza, la stessa da quando eravamo nati

riprendevamo fiato ansimandoci addosso

dopo la lenta corsa che ci aveva spinti.

Tremando alzavamo la testa verso la nostra finestra:

“Perché è accesa?”

Senza muoverci, salivamo a memoria i gradini

fino al nostro piano. Davanti alla porta esitavamo

poi la spingevamo piano, per non svegliarci.

Entravamo tenendoci per mano avanzando nel buio:

il primo di noi ci guidava lungo il corridoio, ci tirava.

La nostra stanza era in fondo,

dovevamo attraversare tutta la casa per arrivarci.

Non facevamo più rumore, non sfioravamo manco le pareti:

i nostri corpi erano leggeri, potevano cadere senza tonfi.

Avvicinarci alla stanza era come allontanarci,

eppure eravamo a un passo, le ombre ci aspettavano e si muovevano:

“Ho sognato che venivi e mi dicevi che la luce della stanza era accesa.

Io mi spaventavo perché sapevo che era vuota.

«Stai qui se hai paura, vado io», ti dicevo.

Camminavo per il corridoio buio a tentoni,

in fondo vedevo la luce del lume riversa

sul pavimento, sulla parete, davanti la porta aperta.

Mi avvicinavo lentamente, sporgevo appena la testa:

c’era nostra madre di spalle che si vestiva.

Le sue braccia alzate in una posa, sottili;

la camicia da notte di lino scivolava sulle spalle,

cambiava le ombre, le faceva più chiare, più scure.

La chiamavo con un urlo come se non la vedessi da anni,

lei si girava e diceva il mio nome una sola volta. Era felice.”

 
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