18 June 2015

Ammetto che la facilità è una finzione

Alcune poesie e una splendida riflessione della poetessa tedesca Ursula Krechel

Ursula Krechel, è nata a Treviri nel 1947. Durante gli studi di Lingua e Letteratura tedesca, Teatro e Storia dell’arte, ha lavorato per giornali ed emittenti radiofoniche della Germania dell’Est. Durante il dottorato all’Università di Colonia, terminato nel 1972, ha lavorato come sceneggiatrice per il teatro di Dortmund e diretto diversi progetti teatrali per giovani detenuti. Due anni dopo è avvenuto il suo debutto a teatro con la pièce Erika (1974), che è stata tradotta in sei lingue. Nel 1977 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Nach Mainz, cui sono seguiti numerosi volumi di poesia, prosa, saggistica, scritture teatrali e radiofoniche. In Der Übergriff  (2001), l’autrice ripercorre le tappe della propria storia, evidenziando le diverse sfaccettature della violenza, delle convenzioni acquisite e dell’auto censura, quella voce che grida incessantemente all’orecchio della donna, chiudendole con violenza la bocca. La stessa Ursula Krechel rimase a lungo in silenzio, viaggiò al di là dell’oceano, osservò e infine scrisse, per opporsi alla violenza di quella voce. Se l’orientamento delle prime opere della Krechel era essenzialmente femminista, i temi delle sue opere successive si ampliano e diversificano, la sua lingua poetica si fa più dinamica ed esplosiva. Con grande maestria linguistica e precisione formale, affronta il tema della violenza umana, che appare irrevocabilmente connessa con il desiderio erotico e l’ambizione economica. Ursula Krechel ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui l’International Eifel Literature Prize (1994) e il premio Martha Saalfeld (1994). Nel 1997 ha ricevuto il prestigioso premio Elisabeth Langgässer per l’insieme delle sue opere. Nel 2006, è stata writer in residence a Calw grazie a un premio della Fondazione Hermann Hesse. Attualmente vive e scrive a Berlino, è membro del PEN tedesco e insegna come guest lecturer in numerose università.

 

 

 

 

Poesie tratte da Die, da, in preparazione per Edizioni Kolibris. Traduzione di Chiara De Luca

 

 

 

Aufgehängt

 

 

Mein frisch gewaschenes blaues Kleid

aus leichtem Leinen flattert

hängt am Fensterkreuz, verdeckt

 

die Mülltonnen, die tote Sonntagsstraße

die Aussicht auf den ungewissen

Schrecken vor der Haustür.

 

Vergessene hängen am Seil

ohne Gebrauch der Füße

menschenfern schwanken sie

 

klagt der biblisch geduldige Job

der nur von Krankheit gefoltert wurde

nicht mit dem Schweigen in den Wänden.

 

Der geduldige Job hat viel zu lang

gelitten, immer gejammert, geklagt

nie abgeschüttelt sein Leiden.

 

Viele Vergessene werden nicht vergessen

wenn ich nur einfach hier sitz

bei meinem blauen Kleid

 

mit einer Zeitung

ungläubig.

Der Augenschein trügt.

 

 

 

 

Appeso

 

 

Appena lavato il mio vestito azzurro

di lino leggero sventola appeso 

alla crociera della finestra, nasconde 

 

i cassonetti, la morta strada domenicale

la visuale sull’incerto

sgomento davanti alla porta di casa.

 

Dimenticati pendono dal filo

senza far uso dei piedi

inumani pencolano

 

lamenta il biblico Giobbe paziente

che solo dalla malattia fu torturato

non dal silenzio nelle pareti.

 

Il paziente Giobbe ha troppo a lungo

sofferto, sempre a gemere, a lamentarsi

senza mai scrollarsi di dosso il dolore.

 

Molti dimenticati non saranno scordati

se solo me ne resterò seduta qui

accanto al mio vestito azzurro

 

con un giornale

incredula.

L’apparenza inganna.

 

 

 

Mundtot

 

 

jetzt wieder Angst vor Bekenntnissen

Wallfahrten, Kinderkreuzzügen

verschwisterten Opfermählern:

Daß alles Bekannte schon bekannt sei.

Daß Ruhe herrscht

wo sich das bloßgelegte Herz beruhigt

also nirgends.

Auf Vernünftigkeit folgt Dunkel

auf Dunkel wölfische Heiligkeit.

Nachts höre ich die Schreie der Stummen

oder schreie ich schon selbst, halbwach.

 

 

 

 

 

Imbavagliata

 

 

riecco la paura di confessioni

pellegrinaggi, crociate di bambini

gemellati pasti sacrificali:

che tutto il noto sia già noto.

Che regni la pace

dove si acquieta il cuore spogliato

quindi da nessuna parte.

Alla razionalità segue il buio

al buio la lupesca sacralità.

Di notte sento le grida dei muti

o io stessa grido, in dormiveglia.

 

 

 

Jetzt ist es nicht mehr so

 

 

Jetzt ist es nicht mehr so

daß wir müde, mit Blasen an den Füßen

verdreckt und naß vom Wasserstrahl

nach Hause kommen, essen, trinken

und wieder weg ins Kino.

 

Jetzt ist es nicht mehr so

daß wir denken, wenigstens

die Straße gehört uns.

Und die Zukunft natürlich

jetzt oder später, aber bald.

 

Jetzt ist es nicht mehr so

daß wir am Schnitt der Haare

am Lachen die Genossen erkennen

uns auf die Schulter klopfen, öffentlich

wir könnten uns verändert haben.

 

Jetzt ist es nicht mehr so

daß da, wo zwei oder drei versammelt sind

in meinem Namen, ich mitten unter ihnen bin

belehre, stärke, unterstütze

ganz ohne Fragen.

 

Jetzt ist es nicht mehr so

daß wir mit Köpfen durch die Wände gehen

aufrecht, Antworten wissen, eh uns jemand fragt

Spuren hinterlassen, Erinnerungsbänder

wie Schnecken auf dem trockenen Sand.

Jetzt ist es nicht mehr so

daß wir jedem Arbeiter

der aus der U-Bahn steigt mit Mütze

gleich sagen können, was ihm fehlt

und unserem Hausbesitzer auch.

 

Jetzt haben wir plötzlich Zeit

zu langen Diskussionen in den Betten.

Verschwitzt, aber kalt bis in die Zehen

sehen wir zum ersten Mal das Weiße

in unseren Augen und erschrecken.

 

 

 

 

Ich habe kein Passepartout, um meine Gedichte aufzuschlüsseln. Der Zugang ist nicht versperrt. Wer sie lesen will, findet wie der glückliche arbeitslose Dieb den Schlüssel unter der Matte. Für Klugheiten gibt es Schachteln und Mottenkugeln für eine gepflegte Zeitlosigkeit und eine chemische Reinigung für die befleckte Empfängnis der Poesie. Ich gebe zu, daß Einfachheit eine Fiktion ist, ein Zufluchtsort vor einer gewalttätigen Wirklichkeit wie ein utopisches Mainz, wie ein Tisch eine Fiktion ist und der Ort des Gedichts auf einer schlingernden Erdkugel. NM2

 

 

 

 

 

Ora non succede più

 

 

Ora non succede più

che stanchi, coi piedi piagati

sporchi e bagnati dal getto d’acqua

arriviamo a casa, mangiamo, beviamo

e via di nuovo fuori al cinema.

 

Ora non succede più

che pensiamo, che almeno

la strada ci appartenga.

E il futuro naturalmente

prima o poi, ma presto.

 

Ora non ci succede più

di riconoscere i compagni 

dal taglio dei capelli o dalla risata

e ci diamo una pacca sulla spalla, evidentemente

è possibile che siamo cambiati.

 

Ora non accade più

che là, dove due o tre si radunano

nel mio nome, io stia in mezzo a loro

istruisca, incoraggi, sostenga

senza fare domande.

 

Ora non succede più

che sbattiamo dritti contro il muro a testa

alta, che sappiamo le risposte, prima delle domande

che lasciamo tracce, memento

come lumache sulla sabbia asciutta.

Ora non succede più

che a ogni lavoratore

che esce dalla metro col berretto

possiamo subito dire cosa gli manchi

e anche al nostro padrone di casa.

 

Adesso abbiamo a un tratto tempo

per lunghe discussioni a letto.

Sudati, ma freddi fino ai denti

vediamo per la prima volta il bianco

nei nostri occhi e ci spaventiamo.

 

 

Non ho un passe-partout per chiudere le mie poesie. L’accesso non è bloccato. Chi vuole leggerle scopre la chiave sotto lo zerbino, come il fortunato ladro disoccupato. Per le astuzie ci sono scatole , e per una raffinata eternità palline antitarmiche e per la ricezione macchiata della poesia una chimica purificazione. Ammetto che la facilità è una finzione, un rifugio da una violenta realtà come una Magonza utopica, come un tavolo è finzione e il luogo della poesia su una fagocitante  sfera terreste. NM2

 

 

 

 

Ich fälle einen Baum

 

 

Ich fälle einen Baum

fälle ihn einfach

trotz meiner Furcht

der fallende Baum

erschlägt mich.

 

Immer habe ich abseits gestanden

wenn Bäume gefällt wurden

zögernd in der Entfernung

in der man Kinder hält.

Immer haben andere

getan, was notwendig war:

bei den verdorrten Pappeln

in der Allee einzementiert

beim Kirschbaum, dessen

magere Ernte die Spatzen fraßen.

Immer abseits

mit den Händen in den Taschen.

 

Ich will nicht sagen

daß es leicht geht

mit Axt und Säge.

Die Späne fliegen

aber es geht. Mit einem Schlag

dem letzten, fällt die Zypresse

mir vor die Füße

verdunkelt nicht mehr

mit ihrem Friedhofsschatten

meinen Tisch am Fenster.

Jetzt wieder am Tisch

ist mein Gedicht ganz hell.

 

 

 

Ich habe die Gebärde in Erinnerung, ständig Wolken wegschieben zu müssen. Ständig auf Zehenspitzen zu stehen, auf Zehenspitzen einzuschlafen und aufzuwachen, als sei dies das Natürlichste der Welt. Daß auch Gedichte allein auf Zehenspitzen stehen konnten, während ich am Schreibtisch sitzen blieb, das war eine schmerzhafte Erfahrung, die ich ungeduldig vermeiden wollte. Alles sollte licht und hell und durchsichtig sein bis in die Träume. Ich hatte ja meine Wünsche, die nicht nur meine Wünsche

waren, begriffen, aber die Wünsche produzieren ihre eigenen Widersprüche und schließlich einen Widerwillen gegen ihre Objekte. Meistens stritt ich jedoch gegen mich selbst. NM2

 

 

Abbatto un albero

 

 

Abbatto un albero

lo abbatto semplicemente

nonostante il mio terrore

che l’albero cadendo

mi uccida.

 

Sono sempre stata in disparte

quando abbattevano gli alberi

esitando alla distanza

cui si tengono i bambini.

Sono sempre stati gli altri

a fare ciò che era necessario:

dei pioppi essicati

nei viali cementati

del ciliegio, la cui scarna 

messe fu divorata dai passeri.

Sempre in disparte

con le mani nelle tasche.

 

Non voglio dire

che sia semplice

con ascia e sega.

Le schegge volano

ma va bene. Con un colpo

l’ultimo, mi cade il cipresso

davanti ai piedi

non oscura più

con le sue ombre sepolcrali

la mia scrivania accanto alla finestra.

Ora di nuovo alla scrivania

la mia poesia risplende.

 

 

Conservo nella mente il gesto di dover spingere via nubi di continuo. Stare di continuo in punta di piedi, in punta di piedi addormentarmi e svegliarmi, come fosse la cosa più naturale del mondo. Il fatto che anche le poesie possano stare in punta di piedi da sole, mentre io resto seduta allo scrittoio, fu un’esperienza dolorosa, che da impaziente quale sono avrei voluto evitare. Tutto doveva essere chiaro e luminoso e trasparente perfino nei sogni. Certo avevo afferrato i miei desideri, che non erano soltanto miei, ma i desideri producevano le loro contraddizioni e infine un’avversione contro i loro oggetti. Litigavo soprattutto con me stessa. NM2

 

 

Umsturz

 

 

Von heut an stell ich meine alten Schuhe

nicht mehr ordentlich neben die Fußnoten

häng den Kopf beim Denken

nicht mehr an den Haken

freß keine Kreide. Hier die Fußstapfen

im Schnee von gestern, vergeßt sie

ich hust nicht mehr mit Schalldämpfer

hab keinen Bock

meine Tinte mit Magermilch zu verwässern

ich hock nicht mehr im Nest, versteck

die Flatterflügel, damit ihr glauben könnt

ihr habt sie mir gestutzt. Den leeren Käfig

stellt mal ins historische Museum

Abteilung Mensch weiblich.

 

 

 

 

Rivoluzione

 

 

Da oggi in poi non sistemo più le vecchie 

scarpe accanto alle note a piè di pagina

quando penso non appendo più 

la testa al gancio

non mangio gesso. Qui le orme

nella neve di ieri, dimenticatele

non tossisco più al silenziatore

non ho voglia

di diluire l’inchiostro con latte magro

non mi accoccolo più nel nido, nascondendo

le ali vibranti affinché possiate pensare

di avermele tagliate. La gabbia vuota

esponetela pure al museo di storia naturale

reparto Femmina di Essere Umano.

 

 

 

 

 

Liebe am Horizont

 

 

Der Mann hat eine schreckliche

Unordnung in ihr Leben gebracht. Plötzlich

waren die Aschenbecher voller Asche

die Laken zweifach benutzt, verschwitzt

und alle Uhren gingen anders.

Einige Wochen lang schwebte sie

über den Wolken und küßte den Mond.

Erst im Tageslicht wurde ihre Liebe

kleiner und kleiner. Achtlos

warf er das Handtuch, blaukariert

mit dem kreuzgestichelten Monogramm

(wenn das die Mutter wüßte)

über die Schreibmaschine. Bald

konnte sie ihre Liebe schon

in einer Schublade verschließen.

Eingesperrt zwischen Plunder

geriet sie in Vergessenheit.

Später, als der Mann sie rief

wünschte sie, stumm zu sein.

Als er wieder rief, war sie schon taub.

 

 

 

Amore all’orizzonte

 

 

L’uomo ha portato uno spaventoso

caos nella vita di lei. All’improvviso

i posaceneri erano pieni fino all’orlo

le lenzuola doppiamente utilizzate, sudate

e tutti gli orologi andavano diversamente.

Per alcune settimane lei ondeggiò

sulle nuvole e baciò la luna.

Solo alla luce del giorno il suo amore

si rimpiccioliva sempre più. Distrattamente

lui gettò l’asciugamano, a quadri azzurri

con il monogramma cucito a croce

(se solo la madre lo sapesse)

sulla macchina da scrivere. Ben

presto lei poté chiudere

il suo amore in un cassetto.

Rinchiusa tra il ciarpame

incorse nell’oblio.

In seguito, quando l’uomo la chiamò

desiderò di essere muta.

Quando lui la richiamò era già sorda.

 

 

 

 

Schwierig

 

 

Nachts zwischen zwei und drei falle ich

aus der Schlaflosigkeit in die Kälte.

Hier ist mein linker Schuh, hier

das Subjekt des Satzes, mit dem ich mich tröste

hier der weichgestreichelte Zipfel

des Deckbetts, hier das Kissen.

Dennoch fehle ich mir

wie der Lahme dem Blinden.

Mit den Fäden meines Strickzeugs

knote ich mich ein.

Ich höre nicht auf das anbiedernde Gluckern

in den Heizungsrohren.

Ich verschmähe den bescheidenen Trost

den in Gedichten die Nebensätze bieten.

Reden wir nicht davon

was wir schon wissen.

Alle Veränderungen über Nacht

sind bei Tag besehen herzlich klein.

Wenn man den Tag nicht verändert

kann man die Nacht nur bedauern.

Die großen Vereinfacher

haben das Schwierige einfach genannt.

Jetzt müssen wir das Schwierige

schwierig nennen und trotzdem tun.

 

 

Difficile

 

 

Di notte tra le due e le tre cado

dall’insonnia dentro al gelo.

Qui c’è la mia scarpa sinistra, qui

il soggetto della frase, con cui mi consolo

qui il lembo spianato a carezze 

della coperta, qui il cuscino.

Eppure mi manco

come lo storpio al cieco.

Coi fili del mio lavoro a maglia

mi annodo.

Non ascolto il gorgoglìo accattivante

nei tubi del riscaldamento.

Rifiuto la magra consolazione

che nelle poesie offrono le frasi secondarie.

Non parliamo di ciò

che già sappiamo.

Tutti i cambiamenti nella notte

sono minuscoli visti di giorno.

Se non cambiamo il giorno

la notte possiamo solo sopportarla.

I grandi semplificatori

hanno chiamato facile il difficile.

Ora il difficile dobbiamo

chiamarlo difficile e comunque farlo.

 

 

 

 

 

Nachlaß

 

 

Für Ingeborg Bachmann

 

 

Geh du in deinen Schmerz hinein

den du haben wolltest

wie eine Sonne über dir

ein gleißendes Meer in der Tasche

den Mandelmond hinter dem Vesuv

der sich nächtlich erbricht.

Wolltest du denn eine vernünftige Welt

aufgebahrt auf einem löwenfüßigen Katafalk

und ein persönliches Puppenspiel

gefaltet in einer Streichholzschachtel?

Geh du in deinen Schmerz hinein

dies vielstöckige städtische Haus

und folg der Straße, die führt

geradewegs in die zivilisierten Löwengruben.

 

Warum denkst du immer noch in Säulen

und ich in Netzen? Die Netze rissen und Säulen

fielen, wenn denn vom Fallen geredet wird

und Fische sterben in Öl

aufzuckend in den verseuchten Meeren.

Zu Lebzeiten hätten wir uns schlecht verstanden.

Wir aber sind tot und leben

in kühl gekachelten Höhlen

drei Fuß unter den Wandelgängen der Männer.

Briefe erreichen uns mit vertauschten Küssen

blutorangenrot gefärbt

und glatt wie italienische Telefonmünzen.

Du hast vergessen, einen Nachsendeantrag zu stellen.

Antworte nicht. Schweig nicht.

 

Ich glaub nicht an die Sommerzeit

und wenn kein Hahn nach uns kräht, erschrick nicht.

Ich glaub nicht an die Eingeweide von Lehrerinnen

gegürtet mit Richtlinien und Erlassen.

Und du auch nicht. Wassermelone und Feuerbohne:

Die wachsende Stille ein Watteteich

ein abschüssiges Ufer verflochtener Flechten.

Bleib. In die Uniform eines Augenblicks gesteckt.

Die Küsten, die du liebst, sind jetzt untertunnelt

mit einem Vierkantschlüssel montiert ein Mann die Welt

von der du dir deinen Teil reißen wolltest.

Geh du und bleib.

                                        Und brich die Zeile –

 

 

 

Lascito

 

 

Per Ingeborg Bachmann

 

 

Addentrati tu nel tuo dolore

che volevi avere

su di te come un sole

un mare abbagliante nella borsa

la luna a mandorla dietro il Vesuvio

che nottetempo vomita.

Volevi allora un mondo razionale

nella bara di un catafalco dai piedi di leone

e uno spettacolo di marionette personale

avvolto in una scatola di fiammiferi?

Addentrati tu nel tuo dolore

questa casa cittadina a molti piani

e segui la strada che porta

dritto alle civilizzate fosse dei leoni.

 

Perché continui a pensare in colonne

e non in reti? Le reti si strapparono e colonne

caddero, se infatti si parla della caduta

e i pesci muoiono nel petrolio

scintillando nei mari inquinati.

In vita ci saremmo capite male.

Ma siamo morte e viviamo

in fredde fosse piastrellate

tre piedi sotto gli ambulacri degli uomini.

Lettere ci raggiungono con scambi di baci

color rosso sangue arancio

e lisce come gettoni telefonici italiani.

Hai dimenticato di apporvi una richiesta d’inoltro.

Non rispondere. Non tacere.

 

Non penso al tempo dell’estate 

e se nessun gallo ci gracchia dietro non temere.

Non credo alle viscere delle insegnati

cinte di direttive e decreti.

E neanche tu. Angurie e fagioli di Spagna:

il crescente silenzio uno stagno d’ovatta

un’erta riva di licheni intrecciati.

Resta. Nascosta nell’uniforme di un istante.

Sotto le coste, che amavi, scorrono ora gallerie

con una chiave quadra un uomo monta il mondo

di cui volevi strappare la tua parte.

Vai e resta.

                                        E rompi le righe –

 

 

 

Von neuem an die Schamschwelle stoßen. Wie kommen die Wörter ins Gedicht? Und wie verbinden die Wörter im Gedicht sich zu Gebilden, die unauflösbar dieses Gedicht sind? Anderswo wären sie semantisch ungebundene Gesellen, lexikalische Streuner, schwankende Rohre im Wind, dem Augenblick hörig, in dem sie benutzt werden, und dann sind sie wieder losgelassen. Wer ihnen symbolisch eine Mark gibt, den strahlen sie mit einem Blitzlichtblick an, eine Wortverbindung, eine Konvention lang verbindlich. Sie bleiben, wo sie niemand hingerufen hat und sind kaum mehr zu vertreiben, auch der Autor, der das Gedicht verantwortet, hat schon fast Mitleid mit ihnen, wo sollen sie hin, wenn es kalt wird, also gnädig, herablassend, inflationär milde gestimmt ins Gedicht. Das Gedicht hat keinen Gegenstand, es ist selbst ein Gegenstand, doch einer, der vor den unpoetischen Augen verschwimmt, der sich erst bildet beim genauen Hinsehen, Lesen, Hören. Ein sich Ballen, sich Zusammenziehen, eine sich sammelnde und wie in einem Magnetfeld ausrichtende Energie, deren Herkunft, deren Wirkmechanismen nur mühsam eruiert werden können. Solange sich niemand für diesen Gegenstand erwärmt, bleibt er starr, abgelöst. Seine fließende Energie, der sich der Autor aussetzt, die er befeuert, der er Einhalt gebietet mit einem stillschweigenden Maßnahmenkatalog, ist rätselhaft. Zufall und Neigung verschränken sich. Und im Korrekturvorgang muß der Autor viele Wörter wieder vertreiben, hinaus aus der Wärmestube, der Autor hat sie nur in einer Aufwallung hineingelassen und ist für ihre Vergangenheit und ihren weiteren Verbleib nicht verantwortlich. Einer Handvoll Wörter schafft er Platz, aber keinen Ruheplatz. Sie können bleiben, doch wird ihnen gleich eine Arbeit angeboten, lebhafte Bewegung, wie auf einer Baustelle, Schwarzarbeit. Wer sich unter ihnen nicht bewegt, wird wieder rausgeschmissen ohne Papiere So gnadenlos sind das Leben und die Poesie sonst kaum gleichzeitig. Für die übriggebliebenen, ungesichert, unabgesichert, ist Platz, Arbeit. Schreibend, montierend, kontrollierend schaut der Autor ihnen zu, wie sie sich aneinanderreiben, miteinander kämpfen. Dort, wo sie gebraucht werden, stehen sie plötzlich scheinbar ganz richtig, zugleich Zeugen, Arbeiter und Produkte eines Arbeitsprozesses in vielen Schichten unter der nächtlichen Flutlichtanlage. (Ursula Krechel, da Auslassungen über das Weglassen).

 

 

Di nuovo inciampare sulla soglia della vergogna. Come giungono le parole in poesia? E come si uniscono in poesia parole e immagini che sono indissolubilmente questa poesia? Altrove sarebbero tipi semanticamente irrelati,  vagabondi lessicali, canne ondeggianti al vento, succubi dell’istante, in cui vengono utilizzati, e poi di nuovo liberati. Chi fornisce loro una maschera simbolica, lo fulminano col lampo di uno sguardo, una combinazione di parole, una convenzione a lungo vincolante. Loro restano dove nessuno le ha invitate e non le si può più cacciare, perfino l’autore, che della poesia è il responsabile, ha quasi compassione di loro: dove dovranno andare quando farà freddo, così benevole, presuntuose, inflazionisticamente dolci, votate alla poesia. La poesia non ha oggetto, lo è lei stessa, ma è un oggetto che a occhi impoetici sfuma, che si forma soltanto a una osservazione, a una lettura a un ascolto attenti. Un appallottolarsi, un contrarsi, una energia che in se si raccoglie e si dispone come in un campo magnetico, di cui solo a fatica è possibile rintracciare l’origine, i meccanismi d’azione. Finché nessuno si scalda per quest’oggetto, esso rimane rigido, staccato. La sua energia in corsa, cui l’autore si espone, che alimenta, cui pone un freno con un tacito catalogo di eccezioni, è inesplicabile. Caso e inclinazione si accavallano. E nel processo di correzione l’autore deve scacciare di nuovo molte parole, fuori dalla stanza calda. Solo per sfogo l’autore le ha fatte entrare e non è responsabile del loro passato e del loro permanere. Fa posto per una manciata di parole, ma non è posto di riposo. Possono restare, ma presto verrà loro assegnato un lavoro, movimento vivace, come in un cantiere, lavoro nero. Le parole che non si muovono vengono subito buttate fuori senza documenti. Spietatamente la poesia e la vita sono perciò quasi sempre simultanee. Per quelle che restano, sprovvedute, disarmate, c’è posto, lavoro. Scrivendo, montando, controllando l’autore le guarda strusciare le une contro le altre, combattere le une con le altre. Là dove vengono utilizzate si trovano a un tratto all’apparenza al posto giusto, al contempo testimoni, artefici e prodotto di un processo lavorativo stratificato sotto il notturno ampio fascio luminoso.  (Ursula Krechel, da Dichiarazioni sul sottacere)

 
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Chiara De Luca