18 April 2014

America, Cina e graphic novel nella poesia di Terzago

Tra i semifinalisti del Premio Rimini che saranno a Parco Poesia c'è un respiro internazionale

La scrittura di Francesco Terzago risente di alcune influenze che esulano dai normali circuiti a cui si affida la nostra poesia. Il nodo principale è quello del fumetto o ancora meglio del graphic novel su cui l'autore da molti anni ragiona e che sembra in questi testi inglobare l'ossatura delle storie, ma ovviamente è possibile rintracciare tanta letteratura americana (narrativa in primo luogo), il minimalismo, l'idea del viaggio, tutto va in quella direzione: così le storie si sviluppano come in un grande flusso con colpi di scena e intrecci, riferimenti alla cultura di massa e momenti di pura introspezione. Se complessivamente tutto questo non si può dire “nuovo” in maniera assoluta sicuramente nella poesia italiana può essere considerato un elemento di rottura con la nostra (splendida, ingombrante) tradizione, di innovazione certamente bene accetta, anche perché all'interno di questo percorso non mancano i momenti pienamente lirici (si vedano i testi più privati, famigliari). Sullo sfondo rimane l'idea di una società prossima all'abbandono dove l'evoluzione degli affetti sembra rimanere l'unico collante in grado di impedire il disfacimento, di fare riemergere come per l'aereo destinato a precipitare e protagonista di uno dei testi presentati.

Il verso diventa così un vero e proprio colloquio, una privata analisi interiore, il pretesto per esplodere ancora partendo un'altra volta da episodi minimi per allargarsi alla vita e all'intorno, una poesia in grado di parlare direttamente, di colpire, di affascinare anche nelle sue imperfezioni, forse è davvero possibile essere maggiormente europei o internazionali in poesia, Terzago prova questa via faticosa con passaggi davvero convincenti su cui vale la pena insistere per raggiungere nuovi obiettivi e quella coesione che probabilmente questo modo di intendere la poesia necessita più di ogni altra cosa per trovare una corretta dimensione nei confronti delle altre letterature ma sopra ogni altra cosa nella necessità di arrivare a tutto il pubblico e tutte le persone e fare quello che da sempre la poesia ha il compito di fare: farsi ascoltare ed essere vera.

 

 

 

Quando la porta elettrica si è chiusa alle mie spalle

ho messo il pollice sul quadrato luminoso. Era stata

una voce registrata a dirmi di farlo. A quel punto

la voce registrata mi ha detto di guardare nello schermo;

uno schermo grosso come un francobollo. Anche

in questo caso mi sono dimostrato obbediente –

ho guardato dentro a quel francobollo. La mia faccia

ne è emersa dopo poco, è venuta su nel buio verde.

Quella non era la mia faccia; o forse, a guardarla bene

era proprio lei, anche se qualcosa ne era stato rimosso.

Anche l'amico che era con me ha dovuto seguire

le indicazioni di una voce registrata. Gli annegati

increspano il pelo dell'acqua con il loro naso. Il loro naso

è una piccola vela. Quando ero bambino mi divertivo

a pescare le larve delle libellule. Le pescavo in una

larga fontana di cemento. In quella larga fontana di cemento,

nelle giornate in cui cedono i rammendi delle nuvole

e su tutto si sparge la luce in una crema giallastra,

le piccole vele degli annegati disegnano le loro

lente traiettorie, è un corteggiamento tra i morti.

Da bambino pescavo le larve delle libellule perché

non volevo che potessero raggiungere il momento

della metamorfosi, volevo impedire che volassero via,

via, oltre agli alberi, lontano da me, non avrebbero mai

dovuto superare le recinzioni taglienti e spingersi

più in alto dei tralicci e delle chiome dell'albero

del tulipano. Mi sono avvicinato allo sportello, mentre

il mio amico se ne stava seduto in un angolo. C'era un poster,

alle sue spalle e il poster ritraeva un prato verde dentifricio,

seduta sul prato c'era una famigliola Ralph Loren.

Nelle mani, portate al cielo, stringevano un sacco di soldi,

anche la più piccola, di quattro o cinque anni; soldi e soldi

tutti stropicciati, come fazzoletti usati; tutti sorridevano,

nella foto, i più piccoli stavano in mezzo e i genitori,

i genitori stavano ai due lati, i sorrisi, a quel modo,

davano vita a un unico grande grande sorriso. Poi

è arrivato l'uomo senza braccia, l'uomo senza braccia

e senza mani. La prima porta scorrevole si è aperta

davanti a lui senza che vi fossero problemi e poi

si è richiusa dietro di lui. La voce registrata, a quel punto,

gli ha detto di fare quelle stesse cose che noi avevamo già fatto:

di mettere un dito sopra il quadrato luminoso. Ma lui

non aveva un dito da mettere sopra a quel quadrato luminoso.

Una delle sportelliste ha guardato in direzione dell'uomo

senza braccia e senza mani, ha guardato oltre alla cabina

la coda di gente che si stava formando. Ha sorriso –

all'uomo d'affari che le stava davanti e gli ha detto di scusarla,

di darle un momento. La sportellista si è alzata ed è andata là,

dall'uomo chiuso tra una porta e un'altra porta. Dall'uomo

che non poteva obbedire. Su, dico a lei, è già successo

altre volte. Faccia in fretta che ho da lavorare. Non so lei...

Faccia in fretta. Faccia così. Apra la bocca.

Tiri fuori la lingua, ci metta la lingua al posto

dell'indice. Lì, ci metta la lingua. Dove c'è la lucetta.

Va bene, vede – vede che è una cosa facile, ci riuscirebbe

anche un bambino. Faccia in fretta, che ho da lavorare.

Tanto lei, è quello che firma con la bocca, – e non c'è

alcun problema, basta essere pratici. A quel punto

anche la seconda porta si è aperta, e l'uomo

senza braccia e senza mani è arrivato in mezzo a noi.

Quando la sportellista è tornata al suo posto

si è scusata di averci fatto attendere. Abbiamo risposto

che non c'era alcun problema. Il mio turno è arrivato

e ho fatto tutto quello che dovevo fare. Poi siamo usciti

e ci siamo fermati a fumare lì fuori, davanti alla porta

scorrevole, vicino a un vaso di fiori di plastica, dopo

poco è uscito anche l'uomo senza braccia – e senza mani.

Lui si è infilato in quel vicolo, in fondo - sotto ai glicini.

Vicino alla trattoria dall'insegna gialla, sparendo piano

nell'ombra della gente. E noi abbiamo preso

un'altra volta un'altra strada.

 

*

 

Cina

Il corriere è passato questo pomeriggio. Ci vorranno

quattro giorni, ti dico al telefono, perché tutto sia da te.

A Shanghai la pelle del viso ti si screpola, il clima

è più secco che a Canton. Nel vano di carico, i tuoi

dodici colli vengono mischiati ad altri cento colli.

Cerco di tenere a mente quali siano quelli

che contengono le tue cose ma non ci riesco,

si confondono. é la tua vita, quella nei dodici colli

che si mischia ad altra vita. Divisa, per il momento,

dalla nostra vita. Bianchi erano bianchi, i nostri armadi

– ora sembrano di fredda pietra lunare, l'umida brezza

è arrivata dal balcone, si è posata sulle mie spalle

come una vecchia coperta. Se ne stanno nell'altra stanza,

uno affianco all'altro, ritti come menhir, i miei armadi,

la luce che tracima dalla finestra si spalma sul pavimento,

loro si sono messi sulle punte dei piedi ed è

per questa ragione che con le loro teste arrivano

a sfiorare il soffitto. Cerco di non andarci, di là, nella

stanza dei menhir, ho paura che vedendomi possano

prendere paura – perderebbero l'equilibrio, non voglio

che mi cadano addosso. Ho spostato il computer

in soggiorno, ora lavoro su quel tavolo dove

abbiamo cenato senza dirci altre parole che

buon appetito. – La porta che divide il soggiorno

dalla stanza dei menhir ha un sigillo di quiete. Eppure

se ora la spalancassi, d'improvviso, e raggiungessi uno

di quegli armadi – se io poi lo aprissi, senza tentennamenti,

chissà con quale maleficio, vi troverei dentro le tue cose,

nel disordine e nei colori caldi che contraddistinguo l'esistenza,

là come nelle giornate che hanno preceduto la tua partenza.

Sarebbero le stesse cose, io credo, ma non sarebbe la stessa vita.

L'odore dell'asfalto bagnato, l'odore dell'ultimo taxi

per l'aeroporto, per un momento, si alzerebbe davanti a me,

si dissolverebbe nelle lingue della mia memoria, su tutto

scenderebbe la sonnolenza.

 

*

 

La tapparella abbassata sta vibrando e il chiarore

che la attraversa mette un abaco sul grande tappeto

che ha portato dal magazzino di sua madre. Lei ora non c'è,

così posso fare i conti con i miei novemila giorni di vita.

Mi sembra una cosa ridicola. Un numero tanto grande

per qualcosa di tanto piccolo.

La plafoniera sospesa sul nostro letto

è un mondo di freddo sporco, una molle sfera di polvere

inchiodata nel soffitto. Su quella calotta una bufera silenziosa

si flette su un gruppo di nomadi vestiti d'azzurro,

li vedo lì tutti i giorni, che non avanzano di un passo.

 

*

 

Vorrei dire, agli altri passeggeri che mi sono vicini,

che spettacolo, che gran spettacolo, quest'ala

che ondeggia al mio fianco, pare quasi che

il suo vertice sia una lama puntata alla giugulare

del crepuscolo, ma è un'illusione. Che spettacolo,

vorrei che lo sapessero ma alcuni di loro

stanno rimettendo, altri stanno soffocano

il finestrino con una coperta viola. Qualcuno

se ne sta con gli occhi chiusi, fingendo

di dormire e allora me ne sto zitto a contemplare

quest'ala. Mi accorgo che è simile al corpo flessuoso

di un pesce gatto, un pesce gatto che stia

risalendo la pigra corrente di un canale di irrigazione,

è un morbido movimento, una lenta esse.

Da una buona mezzora il nostro aereo è scosso

in ogni direzione. Tutto è cominciato non appena

abbiamo concluso il pasto: noodle con piselli

e cubetti rosa di carne di maiale. Ho sempre trovato

curioso il fatto che le compagnie aeree cinesi

distribuiscano queste grige posate di plastica –

d'altronde sarebbe una scena poco edificante

una baruffa ad alta quota che veda i suoi contendenti

brandire bacchette lunghe come spilloni. L'aereo

sul quale sto viaggiando, per un istante, affonda.

Ora, un istante dopo, è più giù di alcune decine

di metri (centinaia?), un altro istante, ancora affonda.

é quasi come se questa nostra esistenza avesse

lasciato la presa, avesse ritratto, delle due,

la sua mano munifica. Il vuoto d'aria. Il vuoto d'aria

è un silenzio che si diffonde lungo tutta la cabina,

che scende come un balsamo bianco e ci segna

la fronte; anche il ragazzino, tre file avanti a me,

ha smesso di parlottare con sua madre e di fare

i capricci per avere il tè. Ognuno dei passeggeri

stipati con me in questa siringa di metallo, nell'aereo

della Shanghai Airlines, meraviglioso esemplare

di Boeing 767, sta pensando che il senso di ogni cosa

stia in quel segreto che risponde al nome di 'peso'

– mentre cadiamo ci pare di non averne più, sentiamo

qualsiasi cosa dentro il nostro corpo diffondersi

e rivoltarsi. Quando, alcuni secondi più tardi

l'aereo riprende quota, so per certo che ognuno

di noi si sta sentendo gonfio d'elettricità. Sono

gonfio di elettricità, sono un rospo elettrico.

Sudo elettricità. Ho invocato, con le mie preghiere

il dio benigno dell'alluminio e ora mi sento gonfio

di elettricità. Ala, ala mia – flessuosa come il corpo

di un pesce gatto, te ne prego, ala che stai

sempre al mio fianco, che sei tutta attorno a me. Ala

che raggiungi l'orizzonte, che buchi l'orizzonte,

che lo fondi, che lo pieghi e che lo intrecci

in un canestro di scie di condensazione... Ala, flessuosa

come il corpo di un pesce gatto. Una forza,

frankensteiniana, aveva consegnato all'ala una vita

apparente. Come se lei fosse divenuta, per un poco,

carne e lega metallica. Uomo e macchina

nel medesimo istante, nel medesimo luogo,

l'ala fu tutt'attorno a noi e noi fummo lei, trascesi

alle giunture metalliche, ai cilindri idraulici,

ai flap, agli slat e agli spoiler – ogni bullone,

ogni singolo bullone, sino al carburante, pompato

nelle turbine come sangue, e ai bluastri

circuiti elettrici guizzanti. E fu forse troppo facile, in quei

minuti euforici, dimenticare che c'era un altro mondo

in attesa, al disotto delle sconvolgenti nubi, un mondo

spaventoso e amato. C'era l'ala, il tintinnio

della carlinga, i motori sagomati dalla velocità, c'erano

le nubi ribollenti come quando, nella torrida estate,

uscimmo dimenticandoci il pane a lievitare. Quando

la sera tornammo una massa ribollente aveva inondato

il tavolaccio dandoci prova del fatto che la vita

non è, sola, un principio – è il mutamento.

 

*

 

Mi dici che c'è nebbia e che fa molto freddo.

Qui è lo stesso, anche se quasi diecimila chilometri

mi separano dalle tue mani. Non vedo i condomini,

bianchi, al di lˆ della strada. Quelli che, solitamente,

quando al mattino scrollo via il sonno dalle finestre,

mi attendono serrati nelle loro schiere. Rossi tatzebao,

dorati caratteri, porta celeste, sono cose al di lˆ

del sipario. Così io mi convinco che su tutto

il nostro pianeta sia sceso questo manto. Che là, dove

non vediamo, stiano agendo forze indicibili.

Il mondo che, domani, ci si parerà dinnanzi, sbattuto

nel vento di cristallo, non sarà lo stesso dei giorni

che hanno preceduto questa circostanza. Sarà

un altro mondo, un mondo dove latenti saranno

le forze dell'incanto. Ogni persona recherà con sé

questa terribile verità e, per questo stesso motivo,

taceremo l'un l'altro il nostro male (il male è il tacere,

il tacere è il male). Imboccheremo una strada dopo l'altra

sino a quando, soccorsi dall'opportunità, al di là della svolta,

improvviso, sarà il mare. Aguzzo, verde, esausto,

rosso, terribile. Cammineremo sulla diga foranea

sino a raggiungere il nostro posto in prima fila.

Repentini squarci tra le nubi e luci mulineranno.

La statua della Madonna e del Cristo riemergeranno,

mute e immacolate, dal fondale dove furono deposte

da un gruppo di subacquei più di quarant'anni fa,

le onde disporranno queste due cose sulla pietra

come pezzi di sughero sbiancati. A distanza di

qualche anno da questi eventi ci saremo del tutto convinti

che uno strano sogno sia stato messo sullo schermo.

Sarà stato uno scherzo del sangue, nostro nonno (o bisnonno)

non era stato forse schizofrenico? Chiameremo questo

disturbo, nei nostri dialoghi interiori, fervida immaginazione

post- adolescenziale. Torneranno i dubbi, le incertezze,

quando, lungo una mulattiera dalle parti di Pian Nava,

incroceremo uno sconosciuto, sarà come rivedere

un vecchio cane con il quale, negli anni, ci si è guadagnati

una certa confidenza. Ci si saluterà con un reciproco

cenno della testa, dopo un istante d'esitazione.

 

*

 

Siamo entrati nel nuovo appartamento,

diciannovesimo piano, diciannovesimo pianto,

vista sui grattacieli che stanno rimpiazzando

uno degli ultimi villaggi. Pulendolo

ho avuto modo di comprendere che la polvere

ci è sgradevole solo in modo transitorio,

poiché con l'umidità di questi luoghi presto

si raggruma, si fa terra, si fa muschio bianco,

erba nera; chissà – con la dovuta pazienza

sarà la radice, che scenderà giù, nel profondo,

tra le scapole. Non sono mai stato un buon cristiano

ma mi dico tra me e me, polvere sei, polvere

ritornerai – tu, amore, dall'altra stanza,

mi chiedi se ti stia chiamando, ti rispondo

che vita siamo, vita – siamo.

 

 

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Matteo Fantuzzi